Ieri pomeriggio, Roma ha vissuto una manifestazione che evidenzia limpidamente come il fenomeno Vannacci non sia affatto una quisquilia da fantapolitica estiva ma qualcosa che agiterà i palazzi del potere nei prossimi mesi. Il corteo per la Remigrazione, promosso dal Comitato omonimo, ha riempito le strade della Capitale: migliaia di persone con tricolori e striscioni, famiglie, ex elettori delusi, militanti storici, tantissimi giovani. Una manifestazione assai ordinata.
Certamente, aldilà di qualche coro deprecabile, non la caricatura di fascisti in camicia nera che certa stampa ha sempre pronta in archivio, ma un pezzo di Italia reale da non sottovalutare che si sente abbandonato su immigrazione, sicurezza e identità. Gente che è scesa in piazza perché il suo quartiere è ormai irriconoscibile, perché vive un senso di spaesamento che le statistiche sui rimpatri fallimentari e sulle presenze irregolari rendono fin troppo concreto.
In mezzo a questa piazza spiccava parallelamente proprio l’assemblea costituente di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Il generale, ormai si è capito, non è un improvvisato né solo un reduce di banali nostalgie: l’ex Ufficiale dell’Esercito ha sempre più un seguito trasversale perché con la sua indiscutibile dialettica e il suo charme è magnetico verso chi è stanco del buonismo. È vero: ha sempre i soliti temi. Eppure, tanto basta perché ad oggi sicurezza e immigrazione sono due punti cardine agli occhi dei cittadini. Ed è esattamente qui che si annida il rischio più insidioso per il centrodestra.
Vannacci, agendo in autonomia ed ergendosi a vittima ripudiata dai moderati e centristi della coalizione, rischia di diventare (paradossalmente) il miglior alleato della sinistra. Frammentando il voto della destra su temi caldi come la remigrazione crea le condizioni ideali per una vittoria del campo progressista alla prossima imminente tornata elettorale. Una destra divisa è una sinistra che ringrazia: bastano pochi punti percentuali sottratti per ribaltare equilibri. La storia italiana recente è piena di esempi in cui divisioni personali o ideologiche nelle coalizioni hanno regalato il Paese agli avversari politici. Per questa ragione servirebbe lucidità tra le fila dei conservatori.
Al contrario, demonizzare questa piazza e questi militanti non serve solo a criminalizzarli mediaticamente; serve a spingerli ancora più fuori dal perimetro del governo, accentuando la frattura. Accusarli di essere dei reietti fa il gioco del generale che, proprio sul palco di Roma, della definizione di reietti ha fatto un vanto. Dopotutto, se dici a qualcuno che è uno scarto non attrai certo le sue simpatie né tantomeno puoi pronosticare una sua epifania verso la strada della moderazione…
Inoltre la maggioranza dovrà capire che una remigrazione moderata non è uno slogan estremista, ma una risposta concreta a numeri ormai insostenibili: costi dell’accoglienza, fallimenti dei rimpatri, tensioni sociali documentate. Ignorarla o ridurla a pericolo significa solo amplificare il malessere invece di canalizzarlo.
Certamente, alla luce degli ultimi avvenimenti, Meloni si trova di fronte a un bivio strategico decisivo. Il suo esecutivo è nato sul patto implicito di difendere i confini e l’interesse nazionale. Se lascerà che la destra si laceri tra centrismo e pulsioni più radicali, rischia di vedere evaporare proprio quel consenso popolare che l’ha portata a Palazzo Chigi.
Sicuramente il presidente del Consiglio avrà la lucidità di comprendere che la piazza di ieri non è un nemico da isolare ma il termometro di un malessere che, se non ascoltato e ricondotto dentro un progetto unitario, potrebbe costare carissimo.
Alessandro Bonelli, 14 giugno 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


