Politico Quotidiano

Pd milionario, allarme compagni: c’è la patrimoniale

Schlein porta il partito all’utile record con più 2 per mille, meno dipendenti e conti da azienda. È tempo della tassa sui ricchi che la sinistra sogna per gli altri?

pd Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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C’è una brutta notizia per Elly Schlein: il Partito Democratico è diventato ricco. Non ricco secondo i criteri della propaganda, dove è benestante chiunque possieda un appartamento ereditato dalla nonna, qualche titolo di Stato e l’imprudenza di non sentirsi in colpa. Ricco secondo i numeri veri: quelli scritti nel bilancio. Nel 2025 il Pd ha registrato un avanzo di amministrazione di 3.624.321 euro, dopo avere contabilizzato 1.202.524 euro tra ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti. È il miglior risultato dalla nascita del partito. Un autentico utile record, anche se nei bilanci politici si preferisce chiamarlo “avanzo”, perché la parola profitto, a certe latitudini, potrebbe provocare reazioni allergiche.

La situazione, per il Nazareno, si fa dunque delicata. Con oltre tre milioni e mezzo di guadagno, disponibilità finanziarie crescenti e un’organizzazione sottoposta a una salutare cura dimagrante, il Pd rischia di finire nella categoria che la sinistra osserva solitamente con sospetto: quella di chi possiede qualcosa. A questo punto la domanda è inevitabile: la patrimoniale tanto desiderata per gli italiani si applicherà anche al patrimonio del partito?

Come ricostruito da Open, nel 2025 le entrate complessive del Pd hanno raggiunto 13,658 milioni di euro, contro i 12,190 milioni del 2022, ultimo esercizio precedente all’arrivo di Schlein alla segreteria. L’incremento è di 1,468 milioni. Ancora più impressionante è il confronto tra gli avanzi di amministrazione. Nel 2022 il partito aveva chiuso con un risultato positivo di 572 mila euro. Tre anni dopo si è arrivati a 3,624 milioni: 3,052 milioni in più, equivalenti a una crescita di circa il 533 per cento. Altro che decrescita felice. Al Nazareno hanno scoperto la crescita felicissima. Il motore principale del risultato è il 2 per mille dell’Irpef, cioè la quota delle imposte che i contribuenti possono destinare a un partito politico. Nel 2022 il Pd aveva ricevuto da questa fonte 7,346 milioni di euro. Nel 2025 ne ha incassati 10,57 milioni: oltre 3,2 milioni in più.

Il successo finanziario di Schlein, dunque, deriva soprattutto dai contribuenti. Non necessariamente dagli elettori, dettaglio non secondario: per assegnare il 2 per mille non è obbligatorio confessare come si vota. Ma sempre di denaro proveniente dal sistema fiscale si tratta. La sinistra può così celebrare un piccolo capolavoro: predicare la redistribuzione e, nel frattempo, diventare la destinataria della distribuzione.

Mentre i contribuenti si mostrano generosi, gli eletti democratici sembrano assai meno entusiasti di finanziare la casa comune. Nel 2022 i versamenti dei parlamentari valevano 3,59 milioni di euro. Nel 2025 si sono fermati a 2,138 milioni, con una caduta del 40,44 per cento. È vero che nel frattempo il numero degli eletti è diminuito: erano 130 nella legislatura precedente e sono ora 106, con una riduzione di circa il 18 per cento. Ma i contributi sono scesi più del doppio. La matematica, perfino quando è progressista, resta spietata: il taglio dei parlamentari non basta a spiegare il crollo dei versamenti.

Il tesoriere Michele Fina sta infatti proseguendo il recupero delle somme dovute dagli eletti. Nel bilancio i “crediti verso parlamentari” sono diminuiti di 47.514 euro, ma contemporaneamente è stato aumentato di 75.680 euro il fondo destinato a coprire il rischio che una parte di quei soldi non venga mai incassata. La nota integrativa precisa che la recuperabilità dei crediti è stata valutata anche con il consulente legale del partito. Tradotto dal burocratese: per convincere alcuni compagni a pagare potrebbe non bastare un garbato messaggio nella chat del gruppo.

In media, diversi parlamentari versano circa 18 mila euro l’anno. Tra questi figurano Dario Franceschini, Piero Fassino, Laura Boldrini e Francesco Boccia. Schlein arriva a 20 mila euro; Marco Furfaro e Giuseppe Provenzano a 21 mila. Chiara Gribaudo raggiunge 33 mila euro, risultando la più generosa. Al Parlamento europeo le cifre sono generalmente inferiori: 14 mila euro da Giorgio Gori, 12.500 da Lucia Annunziata, 11 mila da Nicola Zingaretti, 8 mila da Matteo Ricci, 7 mila da Pina Picierno, 6 mila da Brando Benifei e 5 mila da Andrea Crisanti. La redistribuzione, evidentemente, è un principio magnifico finché riguarda il reddito altrui.

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Ma il passaggio politicamente più divertente riguarda le spese. Per ottenere il record di bilancio, la segretaria non ha soltanto aumentato gli incassi: ha ridotto il personale. Al 31 dicembre 2022 il Pd contava 119 lavoratori subordinati e 3 collaboratori. Alla fine del 2025 i dipendenti erano diventati 91, mentre i collaboratori erano saliti a 8. Il saldo è chiarissimo: 28 dipendenti in meno, pari a una riduzione di circa il 23,5 per cento. Soltanto nel 2025 sono cessati 14 rapporti di lavoro. Nove risoluzioni consensuali hanno comportato l’utilizzo di 700.575 euro del fondo per gli incentivi all’esodo. E il partito si dichiara disponibile a effettuare ulteriori accantonamenti nel 2026 per favorire altre uscite e continuare a ridurre l’organico.

Insomma, incentivi all’esodo, taglio del personale, contenimento dei costi, svalutazione prudenziale dei crediti e accantonamenti per le ristrutturazioni future. Manca soltanto una presentazione in PowerPoint con la scritta “efficientamento” e Schlein potrebbe essere invitata al convegno annuale di Confindustria. La scure ha raggiunto anche i giornalisti, scesi da 18 a 16. Sono invece aumentati i dipendenti in aspettativa non retribuita: da 17 a 23, il 35,29 per cento in più. Una parte del costo del personale resta così sospesa o viene assorbita altrove, spesso dalla pubblica amministrazione. Naturalmente, quando operazioni simili vengono realizzate da un’impresa privata, il racconto politico parla di lavoratori sacrificati sull’altare del profitto. Quando le realizza il Pd, diventano una responsabile riorganizzazione della struttura.

Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che un partito chiuda il bilancio in attivo. Al contrario: è preferibile un’organizzazione capace di controllare i conti a una macchina politica indebitata, opaca e dipendente da continue operazioni di salvataggio. Il punto è un altro. Il Pd ha ottenuto il proprio avanzo applicando a se stesso molte delle ricette che contesta quando vengono adottate dagli altri: ha aumentato le entrate, ridotto i dipendenti, incentivato le uscite, contenuto i costi e accantonato denaro contro il rischio di crediti inesigibili. In breve, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi amministratore razionale. Quasi un capitalista. Adesso, però, arriva il problema della coerenza. Nel cosiddetto Campo largo non mancano le proposte per tassare maggiormente patrimoni, successioni, immobili e grandi disponibilità finanziarie. Il principio ripetuto è che chi ha di più debba contribuire di più.

Benissimo. Il Pd, numeri alla mano, oggi ha molto più di prima. Perciò si prepari. Dopo aver spiegato per anni agli italiani che la ricchezza non tassata rappresenta una colpa sociale, il partito di Schlein potrebbe essere chiamato a sperimentare la medicina che prescrive agli altri. Sarebbe una magnifica occasione pedagogica: una bella patrimoniale progressiva sul Nazareno, magari accompagnata da un contributo straordinario sull’avanzo record. Per equità, solidarietà e giustizia fiscale, naturalmente. Il solo vero pericolo è che, dovendo pagarla di tasca propria, il Pd scopra improvvisamente che le patrimoniali deprimono gli investimenti, erodono il capitale e puniscono chi ha amministrato bene. A quel punto sarebbe una svolta storica. Non soltanto il miglior bilancio dalla fondazione, ma anche la prima conversione liberale ottenuta grazie alla contabilità.

Massimo Balsamo, 26 giugno 2026

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