Il fuorionda registrato durante il dibattito sul referendum sulla giustizia all’Università della Valle d’Aosta continua a far discutere e si trasforma in un nuovo terreno di scontro nella campagna referendaria in vista del voto del 22 e 23 marzo. Dopo il caso ricostruito in esclusiva su queste pagine, le reazioni politiche e istituzionali si moltiplicano, con accuse incrociate tra il fronte del Sì e quello del No.
Al centro della vicenda c’è una conversazione, finita in diretta sul canale YouTube dell’evento, tra il presidente del Tribunale di Aosta Giuseppe Marra e il costituzionalista Enrico Grosso, presidente del Comitato “Giusto dire No”. Il dialogo riguarda il ricorso pendente davanti allo stesso Tribunale contro l’elezione del presidente della Regione Valle d’Aosta Renzo Testolin sul tema del limite dei mandati, con udienza fissata per il prossimo 22 aprile.
Il fronte favorevole alla riforma della giustizia parla di episodio grave e politicamente significativo. Secondo Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere Penali per il Sì, quanto emerso dal fuorionda «è un fatto di estrema gravità che finisce con lo squalificare il fronte del No». Petrelli osserva che «i principi di autonomia e terzietà della funzione giudiziaria non possono essere evocati a parole e poi smentiti nei fatti» e sostiene che chi guida una battaglia politica contro la riforma «ha purtroppo dimostrato quale considerazione abbia di questi principi». Nel mirino c’è soprattutto il fatto che «alla prima occasione utile ha interloquito con un giudice su una questione delicatissima in modo del tutto improprio». Per il presidente delle Camere Penali la vicenda solleva una questione politica più ampia: il fatto che l’Associazione nazionale magistrati abbia trasformato la campagna referendaria in una «battaglia di religione per preservare lo status quo» e che il leader del Comitato del No si trovi «molto vicino ai magistrati traendone occasione per un colloquio di tal genere» getta, a suo giudizio, «un’ombra pesante sulla credibilità della campagna per il No».
Sulla stessa linea anche Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale “Sì Riforma”, secondo il quale il video «solleva interrogativi molto seri e gravi sull’opportunità istituzionale e sull’immagine di imparzialità della magistratura». Zanon sottolinea che si tratta di una conversazione tra il presidente del Tribunale e un costituzionalista «che è anche uno dei principali esponenti della campagna contro la riforma della giustizia», riguardante un contenzioso ancora aperto davanti allo stesso tribunale. Una circostanza che, osserva, inevitabilmente «alimenta sconcerto nell’opinione pubblica, perché la magistratura dovrebbe apparire – oltre che essere – assolutamente imparziale e distante da qualsiasi interlocuzione impropria». Da qui la domanda polemica rivolta al fronte del No: «È forse questa la magistratura che il fronte del No al referendum vuole lasciare esattamente com’è?». Per Zanon episodi di questo tipo dimostrano quanto sia necessario intervenire sul sistema: la riforma, sostiene, serve «a rafforzare trasparenza, responsabilità e fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie».
Dal fronte opposto arriva però una replica netta. Enrico Grosso respinge le accuse e parla apertamente di una polemica costruita su una ricostruzione distorta dei fatti. «Per l’ennesima volta – afferma – ci ritroviamo a dover commentare post sui social media degli esponenti del Sì basati su ricostruzioni manipolatorie della realtà». Il costituzionalista spiega che la conversazione con Marra sarebbe avvenuta prima dell’inizio della conferenza e in un contesto del tutto pubblico. «Marra, che non conoscevo fino a ieri, all’inizio della conferenza mi ha indicato il presidente della Regione Testolin, seduto tra il pubblico», racconta. A quel punto, aggiunge, gli avrebbe semplicemente detto di conoscerlo perché «sei mesi fa ho redatto un parere legale sulla sua rieleggibilità, cosa assolutamente pubblica». Il resto dello scambio, sostiene Grosso, è stato un normale dialogo tra giuristi: «Ci siamo messi a disquisire di sistemi elettorali dal punto di vista costituzionale, una conversazione che può capitare tra due persone che si occupano di diritto e di Costituzione». Per questo il presidente del Comitato del No ribadisce di non avere nulla da nascondere: «La conversazione è avvenuta in un luogo pubblico, davanti ad altre persone. Non ho niente da nascondere perché, banalmente, non c’era niente da nascondere».
Domanda: ma è forse opportuno discutere, in un simile contesto, di una causa pendente con il presidente di quel Tribunale, se si ha redatti una consulenza per il soggetto sottoposto al ricorso?
La versione di Grosso è stata sostanzialmente confermata anche dal presidente del Tribunale di Aosta Giuseppe Marra, che parla di un equivoco e ridimensiona il caso. Il magistrato spiega di aver incontrato Grosso per la prima volta proprio in quell’occasione e di aver semplicemente indicato la presenza del presidente della Regione tra il pubblico. «Quando è arrivato il presidente della Regione gliel’ho indicato e Grosso mi ha detto che lo conosceva perché aveva fatto a suo tempo il parere sulla questione dei mandati», racconta, precisando che si tratta di «un parere di cui io non conoscevo assolutamente nulla» e che «non c’entra nulla con il ricorso pendente». Marra assicura che non c’è stata alcuna anticipazione di giudizio: «Il procedimento è appena stato incardinato, la Regione non si è neanche costituita e io non conosco neanche le difese della Regione». Per il magistrato la polemica rientra dunque nel normale confronto politico della campagna referendaria e «non c’entra nulla con l’attività giudiziaria».
Resta il fatto che, a poco più di due settimane dal voto, il fuorionda valdostano è diventato uno dei casi simbolo dello scontro sul referendum. Un episodio che, al di là delle diverse ricostruzioni, riporta al centro del dibattito il tema dell’imparzialità della magistratura e del rapporto tra giustizia e politica, proprio mentre gli elettori si preparano a decidere sul futuro dell’ordinamento giudiziario.
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