Sono trascorsi più di trenta mesi dall’annuncio in pompa magna del nuovo Piano di Tutela delle Acque della Regione Emilia-Romagna. Trenta mesi di tavoli, roadmap, “percorsi partecipati”, dichiarazioni solenni. E intanto il nuovo Pta è ancora fermo ai blocchi di partenza.
Ottobre 2023: l’Assemblea legislativa emiliano-romagnola approva, senza voti contrari, il Documento strategico. Si parla di quattro miliardi di metri cubi d’acqua caduti in un solo mese su tre quarti del territorio regionale. Si promettono quattro obiettivi, dieci linee d’azione, cinquanta misure.
Si riconosce che il Piano vigente risale al 2005, elaborato secondo una disciplina “ormai superata”. Si annuncia l’orizzonte 2030. Si definisce il Pta “la priorità delle priorità”.
Ottobre 2024: doveva essere la data dell’approvazione finale. Siamo oltre. Il ritardo è di circa un anno rispetto alla tabella di marcia ufficiale. Nel frattempo, l’Emilia-Romagna è stata travolta da nuove alluvioni, mentre lunghi periodi di siccità hanno messo in ginocchio agricoltura e industria.
Qui sta il nodo. Perché il Piano di Tutela delle Acque non è un documento astratto. È lo strumento che dovrebbe regolare la gestione dei corsi d’acqua, delle falde, delle opere di mitigazione e delle priorità di intervento.
È il perno attorno a cui ruotano prevenzione, manutenzione e programmazione delle infrastrutture idrauliche. Ogni ritardo non è neutro: significa rimandare scelte, interventi, adeguamenti. Significa lasciare il territorio esposto.
Non a caso, la politica regionale ha ripetuto come un mantra che l’acqua è una questione strategica. Irene Priolo, allora vicepresidente della Regione, lo aveva affermato solennemente: “La possibilità di gestire le acque è diventata per i nostri territori un argomento molto importante”. Parole condivisibili. Ma le parole, da sole, non arginano i fiumi né riempiono gli invasi nei periodi di siccità.
Il punto, però, non è solo il ritardo. Il punto è ciò che quel ritardo produce, contemporaneamente, sul piano della sicurezza e su quello economico. In Emilia-Romagna questi due livelli coincidono: la prevenzione delle calamità naturali è anche tutela del tessuto produttivo.
Dietro le quinte della pianificazione non ci sono solo atti amministrativi, ma imprese in carne e ossa. Tra queste vi è una realtà del territorio direttamente coinvolta nella vicenda della variazione del Pta, la cui documentazione — atti, corrispondenza e pareri acquisiti nel corso dell’iter — consente di ricostruire con precisione quanto accaduto.
Dagli elementi esaminati emerge un percorso avviato nel 2022 e sviluppato in coerenza con gli indirizzi regionali: due anni di confronto con enti locali, tecnici e Arpae; adeguamenti progettuali richiesti in corso d’opera; investimenti calibrati sulle linee del Pnrr e sul piano rifiuti regionale; pareri favorevoli espressi dai soggetti coinvolti, tra cui Legambiente.
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“Il progetto era stato pensato e concordato in base anche alle esigenze degli enti locali, proprio per questa ragione la delusione è ancora più grande. Anche Legambiente, così come i vari enti locali, si era detta favorevole all’iniziativa che sposa in pieno i criteri del Pnrr e le esigenze del piano rifiuti regionale”, spiegano dall’azienda.
“Tra l’altro — fanno sapere i vertici aziendali — era stata fornita piena disponibilità agli enti locali per accompagnare tutta una serie di iniziative sociali sul territorio”. Insomma, un iter costruito passo dopo passo all’interno del quadro normativo indicato dalla stessa Regione.
Il 29 luglio 2024, a margine della conferenza dei servizi da cui sarebbe dovuto scaturire il provvedimento autorizzatorio, arriva però la delibera regionale con parere negativo per l’utilizzo del suolo destinato alla realizzazione dell’impianto per il trattamento e il recupero di rifiuti non pericolosi.
Il procedimento, formalmente chiuso il 5 agosto 2024, contro cui, tuttavia, l’azienda ha puntualmente presentato ricorso – prima al Tar, poi al Consiglio di Stato – archivia di fatto due anni di lavoro tecnico e amministrativo. Alla base del diniego vi sarebbe un grossolano errore cartografico nella trasposizione da piccola a grande scala, riconducibile alla pianificazione regionale.
Un elemento che, come risulta dagli atti istruttori, era stato evidenziato già nelle fasi iniziali del confronto ma non è stato oggetto di rettifica.
Le conseguenze sono tangibili. In questo caso, 1,5 milioni di euro già investiti risultano oggi congelati: risorse proprie, capitale immobilizzato, costi di progettazione, consulenze specialistiche, adeguamenti tecnici richiesti dagli enti. Spese sostenute nella convinzione — suffragata dagli atti del procedimento — di operare dentro un quadro normativo chiaro e condiviso.
Il progetto riguarda il recupero di materiale inerte attraverso il lavaggio del materiale proveniente dallo spazzamento stradale, con rimozione degli inquinanti e re-immissione nel ciclo edilizio di materiale pulito.
Un’attività che riduce il ricorso a nuove escavazioni, limita il consumo di suolo e valorizza l’utilizzo di materiale riciclato, in linea con gli indirizzi europei sull’economia circolare.
Anche l’impatto occupazionale, come indicato nella documentazione progettuale depositata, sarebbe stato significativo: tra 20 e 25 addetti diretti, oltre a una decina nell’indotto. Oggi, invece, tutto è sospeso. Un investimento bloccato e posti di lavoro rimasti sulla carta, a causa di un nodo tecnico-amministrativo che l’ente pubblico non ha ritenuto di sanare.
Ed è qui che prevenzione e investimenti si intrecciano in modo indissolubile. Un Piano delle Acque aggiornato non serve solo a scrivere linee guida: serve a orientare opere, autorizzazioni e interventi che rafforzano la resilienza del territorio.
Serve a favorire attività economiche coerenti con la sostenibilità ambientale. Serve a creare un ecosistema in cui chi investe in economia circolare, riduzione dell’impatto ambientale e gestione corretta delle risorse idriche non venga penalizzato, ma sostenuto.
Quando il Pta resta fermo, non si blocca soltanto un atto amministrativo. Si blocca un pezzo di prevenzione. Si rallenta la modernizzazione delle infrastrutture. Si congelano investimenti che potrebbero contribuire, direttamente o indirettamente, a rendere il territorio più sicuro e meno fragile.
In una regione che ha visto fiumi esondare, argini cedere, interi distretti produttivi finire sott’acqua, la pianificazione non è un lusso burocratico. È una forma di assicurazione collettiva. Ogni ritardo mina quella copertura.
La gestione delle risorse idriche è il punto di equilibrio tra due estremi che l’Emilia-Romagna conosce fin troppo bene: alluvioni e siccità. Senza un quadro aggiornato e coerente, si naviga a vista. Si rincorrono le emergenze invece di prevenirle. E intanto le imprese, che dovrebbero essere alleate nella tanto decantata transizione ecologica, vengono lasciate sole.
La domanda allora è inevitabile: la ritardata approvazione del nuovo Piano di Tutela delle Acque sta rallentando investimenti, crescita, occupazione e capacità di prevenire le calamità? La risposta, nei fatti, è sì.
Quando il quadro normativo resta incerto, quando un piano del 2005 continua a fare da riferimento perché quello nuovo non arriva, quando le varianti vengono bocciate nonostante due anni di lavoro tecnico, il segnale al sistema produttivo è devastante.
Ma è altrettanto grave il messaggio che si manda sul piano della sicurezza: si comunica che la pianificazione può attendere, anche dopo le alluvioni.
A questo punto la responsabilità è politica. La pianificazione è competenza della Regione. La correzione di un errore cartografico è competenza della Regione. La prevenzione del rischio idraulico e la tutela degli investimenti produttivi non sono capitoli separati: sono due facce della stessa medaglia.
Un territorio più sicuro è un territorio più attrattivo. Un territorio che pianifica è un territorio che protegge. Le imprese che investono nella sostenibilità non chiedono scorciatoie: chiedono regole certe, tempi chiari, coerenza amministrativa.
La Regione Emilia-Romagna è dunque chiamata a fornire risposte chiare. A spiegare perché il nuovo Pta non è ancora stato approvato. Ad assumersi la responsabilità degli errori tecnici commessi e non sanati. A dimostrare che la prevenzione delle calamità e la tutela di chi investe non sono slogan, ma priorità reali.
Perché senza imprese non c’è sviluppo. E senza pianificazione non c’è sicurezza. Se è l’ente pubblico a creare incertezza, a non correggere i propri errori e a rimandare strumenti fondamentali per la gestione del rischio, allora non si può più parlare di fatalità. Si chiama responsabilità politica.
Salvatore di Bartolo, 4 marzo 2026
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