Grandi festeggiamenti a Bologna. Non per la Quaresima, non una ricorrenza della tradizione cristiana. Grande gioia per l’Iftar, la cena che segna la fine della giornata di digiuno durante il Ramadan. E fin qui, nulla di strano: viviamo in un Paese libero. Il punto è chi festeggia e come lo fa. Qualche giorno fa, in piazza Lucio Dalla, sotto la tettoia Nervi, è andata in scena l’ottava edizione dell’Iftar street. Un grande evento della comunità islamica bolognese con palco, interventi e lunghe tavolate per la cena collettiva. Fin qui cronaca. Poi però salgono sul palco l’ex premier Romano Prodi, il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Insomma: la politica, l’ex capo del governo e il capo dei vescovi italiani.
Prima i discorsi, poi tutti seduti a tavola insieme alla comunità islamica locale. Un’immagine che per qualcuno è dialogo, per altri è il simbolo di un certo clima politico e culturale. Tra gli organizzatori e protagonisti della serata c’è anche Yassine Lafram, imam della comunità islamica bolognese ed ex presidente dell’Ucoii. Lo stesso Lafram che negli scorsi mesi aveva partecipato alla Flotilla diretta verso Gaza e che, come riportato dal Tempo, a novembre aveva avuto incontri con Mohammad Hannoun — poi arrestato perché ritenuto referente italiano di Hamas — per discutere proprio della missione navale e per attaccare quello che definiva lo “Stato genocida di Israele”.
E infatti il contesto internazionale è entratosubito nel dibattito. Proprio quella mattina erano partiti i bombardamenti americani in Iran, con l’uccisione dell’ayatollah Khamenei. Tema inevitabile, occasione perfetta per condannare l’azione militare di Stati Uniti e Israele. Dal palco Lafram non ha utilizzato mezzi termini: “Il nostro mondo di oggi deve essere governato dalla legge internazionale e dalle convenzioni internazionali. Non possiamo pensare di salvare una popolazione con i bombardamenti. Il popolo iraniano ha il diritto alla libertà, ha il diritto all’autodeterminazione ma deve essere il fautore del proprio destino”. Parole che si inseriscono nel clima politico della serata. Un clima in cui il dialogo interreligioso viene rivendicato anche dal cardinale Zuppi, che spiega così la sua presenza all’evento: “Essere credenti vuol dire essere fratelli e dialogare, camminare insieme, imparare a conoscersi e a rispettarsi: è quello che Dio vuole per tutti gli uomini della terra”.
In realtà il percorso era iniziato qualche giorno prima. Lo stesso Zuppi aveva infatti inviato un messaggio ufficiale alle comunità islamiche bolognesi per il Ramadan: “Il vostro sacro mese di Ramadan quest’anno coincide con la santa Quaresima cristiana. Viviamo dunque lo stesso tempo di penitenza, preghiera, solidarietà… simbolo di un incontro profondo tra i nostri cuori”. Il dialogo, certo. Ma l’immagine che resta è un’altra: le massime autorità politiche e religiose della città sedute a celebrare una festività islamica, mentre la tradizione cristiana sembra sempre più spesso trattata con prudenza, quando non con imbarazzo.
E qui arriva il punto politico. Perché la scena bolognese racconta molto delle priorità di una certa sinistra italiana: presenziare all’Iftar, mandare messaggi per il Ramadan, partecipare alle celebrazioni islamiche. Tutto legittimo, per carità. Ma quando si tratta di difendere le radici culturali e religiose dell’Italia, improvvisamente cala il silenzio. Romano Prodi, per esempio. Sempre prontissimo quando c’è da parlare di dialogo interreligioso o di accoglienza. Molto meno visibile quando si tratta di difendere le nostre tradizioni, la nostra identità, i simboli della nostra storia.
E allora viene da chiedersi se questo non sia il vero segnale politico della serata bolognese: ecco le priorità di una certa sinistra — inchinarsi all’islam nel nome del dialogo — mentre sulle nostre radici cala una prudenza che spesso somiglia a un’assenza. E allora sì, Bologna diventa una fotografia politica perfetta: la sinistra che celebra il Ramadan e dimentica la Quaresima. Non è dialogo tra identità forti. È una resa culturale travestita da virtù. Il dialogo è una cosa seria. Ma funziona solo se avviene tra identità che non hanno paura di esistere. Altrimenti non è dialogo: è semplicemente rinuncia.
Franco Lodige, 9 marzo 2026
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