Roberto Vannacci si è accomodato di fronte a Lilli Gruber, a 8½ – Quaranta minuti di contraddittorio aspro, share in salita. Perché adesso? Le risposte plausibili sono diverse e non si escludono a vicenda.
IL GRUPPONE E L’APPEASEMENT
Il partito in pectore che chiameremo “gruppone”, costituito dai tre programmi di punta della rete di Urbano Cairo (Otto e Mezzo, Piazzapulita, DiMartedì) saldato al fronte del Fatto (Fatti e Misfatti, il quotidiano cartaceo e online), con appoggi esterni (Report e Cartabianca), gioca da tempo una partita in politica estera. Le carrellate di ospiti compongono una delle più alte concentrazioni di indulgenza verso Mosca allestibili in Europa. Per radunare altrettanti estimatori della postura neoimperiale russa, bisogna spostarsi in Bielorussia.
Invitare il più tetragono sostenitore italiano di uno stop agli aiuti a Kyiv è assolutamente coerente. La passerella ha offerto all’ex addetto militare a Mosca visibilità, legittimazione, familiarità. È irrilevante ciò che ha detto: il salotto di 8½, ha normalizzare l’anomalo, promuovendolo a interlocutore. L’estremista con slogan alla Starace si fa figura banalizzata, dunque accettabile.
Gli studi tv e le redazioni del gruppone sono il luogo dove si consolida l’asse dei fautori di un appeasement a ogni costo, a danno della resistenza ucraina. Asse di varia umanità, da destra a sinistra, da Vannacci a Montanari passando per d’Orsi, il cui senso recondito è rallentare, o fermare, il sostegno dell’Unione a Kyiv.
L’ARITMETICA DELLO SHARE
Seconda ipotesi prosaica. Con Vannacci in studio, Otto e Mezzo è salita al 9,9% di share e 1.755.000 spettatori, a fronte di una media stagionale che si aggira intorno all’8%. Un balzo di quasi due punti, prezioso a ridosso della pausa estiva, quando si negoziano i listini pubblicitari della nuova stagione e ogni decimale pesa al tavolo con gli inserzionisti.
Urbano Cairo non attraversa la sua stagione più fulgida: il comparto editoriale è in sofferenza, la crisi delle vendite non perdona. L’ospite divisivo è un investimento a rendimento immediato.
IL DRENAGGIO DEI VOTI
Terza ipotesi, di più lungo respiro. Drenare consensi alla Lega per acuire le faglie nel centrodestra in vista delle politiche del 2027. I sondaggi lo certificano: Futuro Nazionale è stimato intorno al 4,8%, la Lega scivolata al 5,7%, le due forze quasi appaiate. Ma il dato dirimente è un altro. Oggi Lega e Futuro Nazionale, sommati, valgono più della Lega pre-scissione. L’operazione, dunque, non è a somma zero: genera consenso netto a destra.
Ma spingendo il centrodestra verso una destra-destra, l’esibizione di Vannacci erige un cordone sanitario attorno alla galassia liberal-centrista: Azione – Partito liberalidemocratici – Ora! – Sono le uniche riserve di voto moderato in grado di spostare l’ago della bilancia nel 2027. Polarizzare è il modo più efficace di tenere il centro lontano da Meloni, casomai imbarcasse Vannacci. Inoltre al pubblico progressista serve un avversario, anzi un nemico, da additare e contro cui ricompattarsi. Vannacci assolve la funzione: indigna, mobilita, fidelizza.
Le tre ipotesi non competono: convergono. Geopolitica dell’appeasement, aritmetica pubblicitaria e calcolo elettorale trovano dalla Gruber la sintesi, un punto di intersezione di interessi distinti che, per eterogenesi dei fini, marciano nella stessa direzione.
L’EFFETTO GRUBER
Resta la domanda più puntuta: perché proprio Lilli Gruber, che di Vannacci è l’antagonista naturale? Volendolo “fare nero”, lo si rende simpatico. La conduttrice allestisce il contraddittorio convinta di smascherare l’ospite e lui, reggendo l’urto, ne esce umanizzato e, soprattutto, certificato come interlocutore legittimo. Non a caso, a fine serata, persino Luca Telese lo ha promosso come: “televisivamente efficace”, uno che “ha bucato lo schermo”. Il duello, quando il duellante regge, è il più potente dei viatici.
LO STABILICUM CHE SCOMPAGINA I CALCOLI
C’è però un convitato di pietra che rischia di vanificare tutte queste alchimie: lo Stabilicum, atteso in Aula dal 26 giugno. Base interamente proporzionale, premio di maggioranza (70 deputati e 35 senatori) alla coalizione che superi il 42%, niente ballottaggio, candidato premier indicato d’obbligo al deposito delle liste. Ecco le 3 stellette (doverose parlando di un Generale) dirimenti per chi sogna un Vannacci che eroda la destra.
Il premio spetta alla coalizione, non al singolo partito. La ridistribuzione interna (Lega giù, Futuro Nazionale su) diventa irrilevante; conta solo il perimetro del blocco. Se Vannacci rientra nel centrodestra, anche con un appoggio esterno, il drenaggio è acqua che resta nello stesso secchio.
Poiché quel consenso è netto e non a somma zero, allargare la coalizione a Futuro Nazionale avvicina il blocco al fatidico 42%. Il “fenomeno Vannacci”, lungi dall’indebolire la destra, può invece, consegnarle il premio. Con il proporzionale puro al di sotto della soglia, la frammentazione del centro non frutta nulla. Azione, Liberalidemocratici, Ora! e affini, divisi e a rischio sbarramento, finirebbero per regalare i propri voti ai partiti maggiori.
Ecco perché l’illusione, cara al “gruppone” di un Generale che logora il centrodestra rischia di rivelarsi un boomerang. Tutto si gioca su un dettaglio: se, alle urne, Futuro Nazionale starà dentro o fuori dalla coalizione. E il premio del 42% è una calamita che tende, inesorabilmente, a tirarlo dentro.
Giulio Galetti, 13 giugno 2026
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