Quel coro non è folklore. È un segnale

La magistratura associata ha gettato la maschera: oggi si presenta come un soggetto politico vero. Che si riterrà onnipotente

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Magistrati Bella Ciao

C’è almeno una verità che questo referendum consegna, limpida, cristallina, difficile da aggirare: la magistratura associata ha smesso di fingere neutralità. Ha definitivamente gettato la maschera. Si è ufficialmente, e a tutti gli effetti, palesata come un soggetto politico vero e proprio.

Non è tanto l’esito del voto — che pure segna una pesante sconfitta per il fronte del Sì — il dato significativo, quanto ciò che è accaduto subito dopo. Scene da stadio dentro i tribunali, brindisi, cori, slogan politici. Magistrati che intonano “Bella ciao” e scandiscono il coro: “Chi non salta Giorgia Meloni è”. Non è folklore: è un segnale. Un segnale pacchiano, fuori luogo, volgare, e, soprattutto, rivelatore.

E non è stato nemmeno un episodio isolato o circoscritto all’euforia del momento. In quello stesso clima, si sono levati cori persino contro una collega, Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere schierata per il Sì, bersaglio del grido “Chi non salta Imparato è”. Un passaggio che segna un ulteriore scarto: dalla contrapposizione politica alla delegittimazione interna.

Come se non bastasse, un consigliere di Cassazione ha invitato pubblicamente chi ha votato Sì ad “abbandonare la toga”, spingendosi fino a sollecitare magistrati e avvocati a “dimettersi” o a “cancellarsi dall’ordine”. Parole che, in qualsiasi altro contesto istituzionale, verrebbero considerate gravissime. Qui, invece, si inseriscono in un clima generale che sembra aver smarrito ogni senso della misura.

Per anni si è sostenuto che la magistratura fosse — e dovesse apparire — un potere imparziale, distante dalla contesa politica. Un ordine autonomo e indipendente, sì, ma proprio per questo sobrio, misurato, istituzionale. E invece, davanti alle telecamere degli smartphone, quella distanza si è dissolta in pochi istanti, sostituita da un entusiasmo militante che nulla ha a che fare con la terzietà.

Il punto non è cantare una canzone o lasciarsi andare a un momento di festa. Il punto è cosa si canta, contro chi si canta e dove lo si fa. Perché, se lo si fa dentro un palazzo di giustizia, indossando — simbolicamente o meno — la toga, peraltro lanciando invettive contro il Presidente del Consiglio in carica o nei confronti di un collega, allora il messaggio cambia radicalmente.

Diventa politico.

E stavolta non è più solo una percezione coltivata da una parte della politica. È un’immagine che la magistratura ha scelto di offrire di sé, senza filtri, senza cautele, senza sforzarsi nemmeno di apparire neutrale. E allora la questione non è più polemica, ma istituzionale: può un potere dello Stato permettersi di apparire così schierato? Può rivendicare credibilità e fiducia universale mentre partecipa, anche simbolicamente, a un fronte politico?

La risposta, per chi crede nella separazione dei poteri, dovrebbe essere scontata. Perché la giustizia non deve solo essere imparziale. Deve anche sembrare tale. E dopo questo episodio, francamente, lo sembra molto meno.

Salvatore Di Bartolo, 24 marzo 2026

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