L'opinione di Carta

Quel moderato di Vannacci

Il Generale è il vero moderato della politica italiana e ci avverte da tempo che il Re è nudo. Vannaccismo è restare ancorati alla realtà

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Quel moderato di Vannacci

Il fenomeno che accompagna Roberto Vannacci da quando è entrato nel dibattito politico nazionale è che ogni sua posizione viene giudicata estrema semplicemente perché dice cose che fino a pochi anni fa sarebbero parse elementari, oserei dire banali. Sicurezza, ordine, interesse nazionale, rispetto per le forze dell’ordine, realismo in politica estera, rifiuto di sacrificare gli italiani a guerre infinite o a scelte economiche autolesionistiche non sono il catalogo dell’estremismo, ma il vocabolario minimo della politica così come la intendeva Pericle (“l’arte di vivere insieme”) o, quantomeno, di una destra che voglia ancora chiamarsi tale. Negli ultimi mesi, Vannacci ha ribadito pubblicamente questa linea, presentando un primo pacchetto di norme sulla sicurezza sotto lo slogan “tolleranza zero” e insistendo sul fatto che la sicurezza non riguarda solo la polizia, ma scuola, economia, commercio e vita quotidiana della comunità nazionale.

Sul tema della sicurezza, quando Vannacci dice che chi tocca un poliziotto deve finire in carcere per anni o quando denuncia la delegittimazione sistematica delle forze dell’ordine e la tolleranza verso ambienti violenti e centri sociali, non sta invocando uno Stato arbitrario. Sta semplicemente dicendo che, se lo Stato non protegge chi lo difende, abdica e, prima o poi, si estingue. Se un agente viene trasformato in bersaglio politico, mentre chi devasta una città viene giustificato, non siamo nella società liberale, ma nella resa della civiltà. Chiamare tutto questo “deriva autoritaria” è un vecchio espediente che serve a far passare per eccesso ciò che è mero buon senso.

Vannacci insiste da tempo sul fatto che la sicurezza non è un settore fra gli altri, ma il presupposto primario di ogni vita civile ordinata. Se nelle città cresce l’escalation criminale, se l’insicurezza entra nei trasporti, nei quartieri, nel commercio e perfino nelle scuole, non si risponde con le formule consolatorie, ma con più presenza e poteri dello Stato, più certezza della pena, più capacità di fermare chi delinque. In questo senso le sue prese di posizione non sono radicali, ma il sacrosanto tentativo di riportare la politica al suo compito primario, che è difendere i cittadini prima di rieducare i delinquenti. Quando mette al centro gli interessi degli italiani, Vannacci viene trattato come se stesse pronunciando una bestemmia civile. Eppure, anche su questo tema, il Generale è quasi banale. A febbraio i deputati di Futuro Nazionale hanno sostenuto che continuare a spendere miliardi per armare Kiev non tutela gli interessi degli italiani e che quelle risorse sarebbero meglio impiegate per la sicurezza interna e per rafforzare le forze dell’ordine oggi giuridicamente disarmate rispetto all’aumento della criminalità. Si può condividere o meno la proposta, ma non la si può onestamente definire folle perché è la traduzione politica del principio chiarissimo che un governo degno di questo nome deve preoccuparsi anzitutto della sicurezza, del benessere e della tenuta sociale del proprio popolo.

Lo stesso schema si ripete sulla guerra. Vannacci è stato dipinto spesso come “filorusso”, ma quando si leggono le sue dichiarazioni il senso è un altro: lui afferma di non essere pro Putin, bensì pro italiano e pro europeo, e da questa premessa trae la conclusione ragionevole che prolungare la guerra tra Ucraina e Russia è deleterio per l’Europa, per l’Italia e perfino per la stessa Ucraina. Ha aggiunto che i costi del conflitto ricadono sugli ucraini in primo luogo, ma poi anche sugli europei e sugli italiani attraverso energia più cara, perdita di competitività industriale e impiego di risorse pubbliche crescenti. Questo non è estremismo, ma banale distinzione tra solidarietà e suicidio.

Perfino sull’Europa, altro terreno in cui basta una parola fuori copione per essere scomunicati, la sua posizione è stata presentata come scandalosa quando è in realtà la forma più classica del ragionamento nazionale. Vannacci ha detto che l’Italia, pur restando nella Nato, dovrebbe difendere i propri interessi come fa la Turchia. Ha sottolineato che l’Europa è entrata in una crisi acutissima anche per aver rinunciato alle forniture russe e che occorre riaprire i rubinetti di petrolio, gas e fertilizzanti con Mosca, “fare i nostri interessi”. Si può discutere la formula, ma la sostanza è difficilmente liquidabile come estremista: un Paese serio non rompe i propri legami economici strategici per posa ideologica se il prezzo lo pagano famiglie, imprese e lavoro.

Vannacci viene accusato di estremismo perché dice ad alta voce cose che l’establishment considera ormai indicibili, ma che i cittadini – esausti – anelano: che la sicurezza viene prima delle astrazioni; che i poliziotti vanno difesi e non processati politicamente a ogni intervento; che la criminalità si reprime e non si giustifica; che l’interesse degli italiani viene prima degli equilibri propagandistici internazionali; che una guerra inutile e sempre più costosa non diventa giusta solo perché la si commenta con parole nobili.

Dunque, è Vannacci il vero moderato della politica italiana e ci avverte da tempo che il Re è nudo. Vannaccismo è restare ancorati alla realtà, ai bisogni primari di una comunità, ai doveri essenziali di uno Stato. Oggi è diventato “estremo” dire che le città devono essere sicure, che gli italiani non possono essere l’ultima preoccupazione dell’Italia, che i nostri commerci non si sacrificano sull’altare dell’ideologia, che chi aggredisce un poliziotto non è un ribelle romantico, ma un nemico dell’ordine civile. Se tutto questo oggi appare rivoluzionario, il problema non è Vannacci, ma il fatto che il buon senso — quello che un tempo insegnavano i genitori per bene (anche con qualche benedetto calcio nel sedere), quello che distingueva il giusto dallo sbagliato, il lecito dall’illecito, il dovere dal capriccio — è considerato come un relitto da superare.

Così, siamo arrivati al punto in cui il nichilismo si traveste da progresso, il relativismo da apertura mentale, il modernismo da superiorità morale. In questa palude, chi ricorda che una società sana ha bisogno di ordine, identità, autorità, responsabilità e difesa dei propri interessi viene marchiato come estremista, ma la verità è più semplice: non è Vannacci radicale, è il nostro decadente momento storico ad aver fatto guerra ai principi elementari.

Giorgio Carta, 23 aprile 2026

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