La tentazione c’è, ma insieme alla tentazione comincia a farsi largo anche la paura. Perché il nome di Sigfrido Ranucci continua a circolare nel campo largo come possibile candidatura di peso, ma dentro Avs qualcuno avrebbe già cominciato a chiedersi se l’operazione non rischi di trasformarsi in un boomerang. Con un precedente che, da quelle parti, nessuno ha dimenticato: quello di Aboubakar Soumahoro.
A raccontare il clima è Il Foglio, secondo cui un dirigente vicino a Nicola Fratoianni avrebbe liquidato così l’ipotesi di una candidatura dell’ex volto di Report: “Sì, vabbè, se lo candidiamo ci finisce come con Soumahoro”. Una battuta, certo. Ma anche la fotografia di una certa inquietudine che starebbe accompagnando il corteggiamento politico al giornalista.
Perché Ranucci resta un nome capace di attirare attenzione, mobilitare un pubblico e parlare a una parte precisa dell’elettorato progressista. Ma proprio la sua forte esposizione pubblica, insieme alle polemiche che continuano ad accompagnarlo, renderebbe l’operazione tutt’altro che priva di rischi.
Il paradosso è che Avs continua ufficialmente a smentire. Angelo Bonelli, che ha invitato Ranucci alla festa del partito del 9 settembre, nega che vi sia una candidatura sul tavolo. Il Foglio ricorda però con una certa malizia come analoghe smentite avessero preceduto anche l’operazione Ilaria Salis. E intanto il nome di Ranucci continua a rimbalzare.
Lo stesso giornalista, del resto, nelle ultime settimane ha progressivamente ammorbidito il proprio linguaggio. Dal categorico “non entrerò mai in politica” si è arrivati a formule decisamente più possibiliste: “Non escludo nulla, ma chi mi candiderebbe?”. Una domanda che, più che chiudere il dibattito, inevitabilmente lo alimenta.
Attorno a lui, nel frattempo, si muove un mondo politico e mediatico che sembra già ragionare in termini elettorali. C’è persino un sondaggio Swg, del quale sarebbe noto il testo ma non il committente. E soprattutto ci sono le valutazioni degli esperti. “Non so se Ranucci ha elettori, ma un pubblico ce l’ha di sicuro”, osserva Alessandra Ghisleri. Mentre Livio Gigliuto dell’istituto Piepoli sintetizza ancora meglio il possibile salto: “Il pubblico può diventare elettorato”.
Ed è esattamente questo il punto che rende Ranucci tanto appetibile quanto potenzialmente scomodo. Il giornalista dispone già di una notorietà nazionale, di una comunità molto fidelizzata, di una forte presenza sui social e di un calendario fitto di incontri, presentazioni e appuntamenti pubblici. Il suo tour, nota il Foglio, è pieno fino ad aprile. Una sorta di campagna elettorale senza candidatura.
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Ma è proprio qui che nasce il timore di Avs. Soumahoro venne candidato come simbolo, trasformato rapidamente in una delle bandiere della sinistra radicale e poi diventò, dopo le vicende giudiziarie che coinvolsero persone a lui vicine, un peso politico difficilissimo da gestire. Una vicenda diversa da quella di Ranucci, naturalmente, ma sufficiente perché dentro il partito il paragone venga evocato come avvertimento.
Ranucci potrebbe portare voti, visibilità e una poderosa macchina comunicativa personale. Ma potrebbe anche obbligare chi lo candida a intestarsi battaglie, polemiche e controversie maturate durante una lunga carriera giornalistica. Così, mentre tutti continuano a smentire, il vero interrogativo comincia forse a cambiare. Non più soltanto chi voglia candidare Sigfrido Ranucci, ma chi sia davvero disposto ad assumersi il rischio politico di farlo.
Massimo Balsamo, 5 settembre 2026
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