Politico Quotidiano

Referendum, cinque bufale smontate una per una

Dal mito dei "pieni poteri" alle fake su Falcone: cosa c’è (e cosa non c’è) nella riforma Nordio

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Il copione è sempre lo stesso: si alzano i toni, si evocano scenari da fine della democrazia e si prova a trasformare una riforma tecnica in una sorta di golpe istituzionale. Il fronte del No alla riforma della giustizia ha scelto questa strada, senza mezzi termini. L’ultima uscita, a poche ore dall’apertura delle urne è quella di Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No, che ha parlato addirittura di un rischio per “la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini”. Insomma, non proprio un dettaglio. Il filo conduttore è chiaro: il governo starebbe puntando ai “pieni poteri”. Una tesi rilanciata in ogni sede da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Ma quando si passa dalla propaganda ai contenuti, il castello inizia a scricchiolare. E parecchio. Ecco cinque bufale da smontare una per una.

Il catalogo delle paure (infondato)

Partiamo dalla prima accusa: “I magistrati saranno sottoposti al potere politico, quindi al governo”. È la più forte, la più suggestiva, la più spaventosa. Ed è anche la meno riscontrabile nei testi. La riforma del ministro Carlo Nordio interviene sull’articolo 104 della Costituzione, introducendo la separazione delle carriere. Ma da nessuna parte si prevede che i pubblici ministeri vengano scelti dall’esecutivo o rispondano ad esso. Anzi, si ridefinisce l’assetto della magistratura distinguendo tra funzione giudicante e requirente. Fine. Il resto è narrativa. E poi c’è un dato che imbarazza più di qualcuno: in Europa, su 27 Paesi, 25 hanno già carriere separate. Le carriere unificate, guarda caso, sono una eredità del fascismo. Non esattamente un dettaglio secondario.

Il mito della “giustizia controllata”

Secondo capitolo: “L’Alta Corte disciplinare sarà sottomessa al potere politico”. Anche qui, il racconto è suggestivo ma poco aderente alla realtà. Oggi il sistema disciplinare del Csm prevede una prevalenza di togati. Domani, con la nuova Alta Corte, la composizione sarà articolata: membri scelti dal Presidente della Repubblica, altri sorteggiati da elenchi predisposti dal Parlamento, altri ancora provenienti dalla magistratura. Il risultato? Un equilibrio, non uno squilibrio. Ma il termine “equilibrio” fa meno presa di “controllo politico”.

Il sorteggio che “fa paura”

Terza accusa: il sorteggio dei membri del Csm favorirebbe la politica. In realtà è vero il contrario: serve proprio a limitarne il peso. I togati vengono estratti tra tutti i magistrati, i laici da una lista approvata dal Parlamento con maggioranze qualificate. Come ha ricordato Giorgia Meloni, serve una maggioranza dei tre quinti. Tradotto: senza opposizione non si va da nessuna parte. Altro che occupazione del potere.

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Il nome di Falcone usato a sproposito

Poi c’è la questione più delicata, quella che chiama in causa Giovanni Falcone. Per settimane si è sostenuto che fosse contrario alla separazione delle carriere. Una tesi rilanciata anche dal procuratore Nicola Gratteri. Peccato che non regga. Falcone, in un’intervista del 1991, disse chiaramente: “Chi, come me, richiede che (i giudici e i pm, ndr) siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’esecutivo”. Parole sue. Non interpretazioni.

La confusione tra funzioni e carriere

Infine, l’ultima tesi: “Le carriere sono già separate”. No. Sono separate le funzioni, non le carriere. È una differenza che cambia tutto. Oggi giudici e pm fanno lo stesso concorso, condividono formazione e ambienti, crescono nello stesso sistema. È inevitabile che, nel processo, accusa e giudice non siano percepiti come realmente distinti. La riforma interviene proprio su questo punto: separare i percorsi, non solo i ruoli. Per dare maggiore equilibrio tra accusa e difesa.

Il punto politico

Alla fine resta una domanda: perché tutto questo allarmismo? Forse perché è più semplice agitare lo spettro dei “pieni poteri” che entrare nel merito di una riforma complessa. O forse perché, senza quelle paure, il dibattito diventerebbe finalmente tecnico. E quindi meno utile sul piano politico. Ma una cosa è certa: quando si passa dai titoli alle norme, le “apocalissi” diventano molto più difficili da dimostrare.

Franco Lodige, 21 marzo 2026

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