
C’è un unico filo conduttore che lega le mosse, solo in apparenza scollegate, di Matteo Renzi: non la semplice ricerca di visibilità politica, né un reale investimento nel progetto del “campo largo”, ma una strategia di lungo periodo molto più ambiziosa. L’obiettivo implicito è quello di logorare e infine “rottamare” il campo largo stesso, prendendone il controllo dall’interno per poi superarlo e sostituirlo con un nuovo asse politico.
Renzi non è nuovo a operazioni di questo tipo. Osserva, attende, intercetta le crepe — e interviene nel momento in cui gli equilibri diventano più fragili. Oggi quelle fratture attraversano un centrosinistra diviso tra la possibile leadership del Partito Democratico guidato da Elly Schlein e le ritrovate ambizioni di Giuseppe Conte. È proprio in questo spazio che si inserisce la mossa più significativa: la promozione di una figura “terza”, come Silvia Salis.
In questo schema, la Salis è molto più di un semplice nome. È il cavallo di Troia: una figura non eccessivamente divisiva né rigidamente collocata, ma sufficientemente riconoscibile da poter essere proposta come punto di sintesi. L’obiettivo, nell’impostazione renziana, sarebbe quello di evitare lo scontro diretto tra Schlein e Conte, svuotandolo progressivamente di centralità politica. Non una leadership conquistata frontalmente, dunque, ma costruita per erosione degli equilibri esistenti.
Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo, perché il vero disegno non è la gestione del campo largo, bensì la sua progressiva dissoluzione. L’orizzonte è infatti quello di una grande ricomposizione centrista: un’area politica in grado di mettere insieme pezzi del Partito Democratico, i centristi di Azione e — soprattutto — una nuova Forza Italia. È qui che il progetto assume una portata più dirompente, perché equivale a scardinare la tradizionale contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra e provare a costruire un nuovo baricentro politico fondato su moderatismo, europeismo e cultura di governo.
Non è un caso che lo sguardo di Renzi si rivolga proprio a Forza Italia: un partito sospeso tra la fedeltà alla coalizione guidata da Giorgia Meloni e la tentazione di recuperare autonomia politica. Le tensioni interne, le crepe nella leadership di Antonio Tajani e il peso ancora decisivo della famiglia Berlusconi rendono quel terreno instabile, e quindi contendibile.
In questo contesto, l’operazione Salis diventa il primo tassello visibile di una manovra più ampia: la costruzione di una leadership federatrice capace di attrarre mondi diversi senza spaventare nessuno. Una figura-ponte utile a dialogare a sinistra senza chiudere al centro, e viceversa.
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Se questo schema dovesse prendere forma, le conseguenze sarebbero profonde. Non solo per il centrosinistra, che rischierebbe di implodere sotto il peso delle proprie contraddizioni, ma anche per il centrodestra, esposto alla possibile erosione di un’area moderata ricomposta e autonoma.
In questa lettura, Matteo Renzi non sta dunque giocando una partita tattica. Sta tentando un’operazione sistemica: rottamare il campo largo per aprire una nuova fase politica e infliggere, di conseguenza, un ulteriore colpo a Giuseppe Conte, già segnato dalla fine dell’esperienza del governo giallorosso proprio per mano dell’ex rottamatore, con uno sguardo sempre vigile su Forza Italia e sui movimenti della famiglia Berlusconi.
Salvatore di Bartolo, 19 aprile 2026
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