
Diventa sempre più spericolato prendere sul serio Ilaler Salis. Non per noi, che sul serio non l’abbiamo mai presa: per i fondelli anche sì, lo confessiamo, ma come fai a tenerti quando trovi certe interviste di servizio, naturalmente dai compagni di Repubblica, per scantonare sullo scandaletto del portaborse innamorato e, ça va sans dire, abusivo con cui condivideva un alloggio in una palazzina borghese, non al Leoncavallo, in barba ai regolamenti europei?
Salis difatti scantona, la dottoressa divaga, la butta in vacca ovvero nel mucchio del vittimismo di genere, ce l’hanno con lei perché è donna e antifascista, per le sue battaglie, per le sue posizioni politiche (si vede che maturano in camera da dormire) che danno fastidio, e figurati un po’, le solite boiate cui nessuno può credere, men che meno chi le farfuglia, ma che si dicono perché vanno dette, perché non si ha altro da dire.
Hai voglia a fare la guerrigliera della libertà per il quarto stato, la sostanza è diametralmente opposta e dice di una della élite, una dell’Europarlamento, tutto spesato, super pagata, superprotetta (“ah, la mia storia consiglia prudenza”: sì, a chi ti incontra), che l’Unione copre come tutti i suoi figliocci vivaci, teppisti o malandrini: sì, i regolamenti ci sono, ma valgono per la plebe bovina, noi ci assolviamo da soli e ci premiamo pure (vi ricorda qualche ordine indipendente dagli altri poteri in Italia?), una carezza e via, più veloce della luce verso nuove disinvolture.
Nel segno dell’arroganza di casta alla faccia dei fregnoni antagonisti che votano, eleggono e si fanno pure prendere in giro. Ma è gente rimbambita da fumo di ideologia e non solo quella, che vuoi che ci capiscano? Questi sognano di diventare Salis come altri sognano di diventare una amante ministeriale o un concorrente del Grande Fratello. Ilaria scantona.
La finta intervista, roba da far strillare come un’aquila i guardiani della deontologia, se ci fosse ancora una deontologia, offre nondimeno perle inestimabili, come sempre quando parla lei, also sprach Ilaler: il portaborse Bonnin non è il suo “partner stabile”, qualsiasi cosa voglia dire, “Lo conoscevo di vista prima della mia carcerazione in Ungheria, in seguito alla liberazione ho pensato che il suo curriculum fosse adatto al ruolo”.
Eh certo, pregiudicato come lei, se no pareva brutto, pareva razzista, non inclusivo. “Con lui ho scritto a quattro mani il mio libro Vipera”, così ci scappa pure un po’ di autopromozione, quanto mai opportuna visto che l’opera in questione non l’ha mai sospettata nessuno. A quattro mani, non a quadrumani. Vipera, per gli intenditori, è il nome ungheresse del manganello retrattile con cui la nostra Ibarruti alla casseoula pare usasse girare in borsa una vita fa, prima dello scatto elitario, e che la magistratura ungherese considera l’arma per spaccare le teste ai nazisti, cioè quelli trovati per la strada che non piacciono alla banda del martello (stiamo riferendo accuse, come noto, congelate in un processo che non s’ha da fare, che l’elezione in Europa ha sclerotizzato).
Insomma si irride, ci si fa beffe di accuse relative a imprese tuttora da giudicare, nulla più, ma non per questo meno infami così come vengono attribuite. Vai così, è una figata: [il portaborse con precedenti, ma roba da poco, garantisce la capa] “È uno dei miei quattro assistenti, il più stretto ma non in pianta stabile [sarà un tourbillon], viaggiamo insieme e si è appoggiato nella mia camera. Non è raro per gli europarlamentari”.
Quindi il Parlamento europeo è composto di gente che non osserva le regole che si dà? Ma guarda… “E poi io tendo a girare con persone di cui mi fido, non ho la scorta e così sono più tranquilla: la mia storia mi chiede di essere prudente”. Su questo siamo d’accordo, chi ha bisogno della scorta se giri con dei pregiudicati? Secondo i giudici ungheresi, chi ti attraversa la strada, ma basta fargli cippirimerlo dalla Sonnemannstrasse 20, sede della BCE europea.
Ovviamente non può mancare il momento megalomane, io sono sempre in viaggio, una vita estenuante, oggi qui domani là, come la ragazza del Piper, la Patty Pravo anni ’60, “mi sono dovuta ricostruire una vita, ho cambiato residenza 4 volte”. Che vita stressante questa Taylor Swift dell’antagonismo radicale, sarebbe da rimborsarla un po’ di più, visto che lo fa per noi, per la giustizia sociale, per gli occupatori di tutto il mondo, unitevi!
Ma quanto sono insopportabili questi della nuova sgangherata élite? «Sono esterrefatta dalla attenzione morbosa per la mia vita privata, soprattutto in un momento in cui tra guerre, crisi, dubbi legami tra esponenti di governo e clan, vi sono questioni di ben altra rilevanza pubblica. Sono bersaglio di una campagna della destra che arriva a spiarmi in casa: si è andati oltre».
Ah, il caro vecchio benaltrismo narcisistico, l’attenzione morbosa: ma se non cerca altro, roba che Chiara Ferragni al confronto è misantropa, agorafoba. “Ma io nel mio privato faccio quello che voglio”. Anche nel non privato, coi risultati che constatiamo. Perché ha cambiato residenza proprio all’indomani di quel controllo in hotel? «La destra e i giornali di quella parte politica avevano iniziato a strumentalizzare da subito la sua presenza in camera mia e per non lasciare alcuno spazio a questa manipolazione ho cambiato indirizzo. C’è anche un problema di sicurezza».
Una non risposta da manuale, roba che i vecchi mandarini pelosi della prima repubblica evaporano. Ma dai, che hai cambiato aria perché sapevi di non essere in regola, tanto per cambiare. Cosa che manco il portazaino riesce a smentire: «Ho mantenuto la residenza anagrafica a Milano anche perché il mio è un contratto part-time, ma sono regolarmente registrato in Belgio. C’è una sorta di status particolare riconosciuto per prassi. Quanto ai miei precedenti, al Parlamento Ue ho consegnato, come da procedura, il casellario giudiziario: è risultato corrispondente agli standard richiesti».
Sì, certo, senza contare che il tarapia tapioco ha perso i contatti con la supercazzola di fuochi fatui. Sono donna, sono antifascista, ho 4 portaborse, giro tutto il tempo, sono nel mirino, sono nel cerchio dell’attenzione morbosa: Cristo che soggetti che tocca sopportare, per di più a spese nostre! “Non mi piegheranno”, e come no, dura e rigida come una Vipera, il manganello retrattile.
Ma per favore. «Avere la stessa residenza del mio assistente non significa far parte dello stato di famiglia. Se dovessimo indagare su chi dorme con chi, non so dove finiremmo». Te lo dico io dove finiremmo: nello Stato totalitario comunista, come in quella Cuba dove sei appena stata a prendere in giro i cubani stritolati da quel Castro, quel Guevara con la cui figlia ti sparavi i selfie, una che a vederla ti dicevi ma questa gli aiuti umanitari se li drena tutti lei, pare una portacontainer.
Cara Salis, se davvero ci fosse un regime fascista come dici, e come si rispetta, intendiamo dire nel peggio, di quelli che piantavano Matteotti per la testa, tu non eri qua; da mò che eri sparita dalla scena, a scontare le tue 4 condanne, i tuoi 29 precedenti, i tuoi debiti pregressi, e a rendere conto di curiosi contatti nel giro antagonista come con la Jeune Garde francese che ha fatto fuori uno dei soliti sgraditi. Se davvero “le destre”, cioè Meloni, dai, su, ti perseguitassero, e invece ti hanno letteralmente salvata, tu avresti avuto addosso subito i Servizi scatenati.
Invece te la tiri e te la meni perché due poliziotti rispettosamente ti hanno chiesto le generalità senza osare entrare in una stanza dove stavi, fuori dalla regole, con un affettuoso assunto con precedenti come te, in culo ai regolamenti bruxellesi; e poi hai fatto il vento dalla casa milanese che occupavate sapendo che la situazione non era tanto per la quale e mettendoci convulsamente una pezza.
E puoi sempre darti le arie da eletta, con arroganza da intoccabile. Ecco cosa è questo regime. Una democrazia garantista che a dirla tutta ha rotto i coglioni perché è appannaggio soltanto di chi se la può pagare. Un regime, un sistema che i suoi figli discoli o peggio non li castiga ma li premia, li elegge, li infila dappertutto, parlamenti, istituzioni, giornali, palinsesti, e più marachellano e più accumulano ingaggi, soldi, poteri che gli servono a fare sempre più quello che vogliono, nel privato e pure nel pubblico, e ad essere sempre più tracotanti e impuniti. Questo è.
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Quindi finiamola una buona volta con le recita della martire dell’antifascismo di classe, che va bene la retorica, va bene che in democrazia tutti possono dire le puttanate che vogliono, ma c’è un limite e peraltro non è neanche più vero, se a dire cazzate o peggio ancora verità indicibili è un nessuno qualunque, lo vanno a prendere all’alba, non alle 8 del mattino e non gli si mettono sull’attenti, se lo portano via.
Ma quanto è faticoso sopportare le sparate di gente troppo garantita, troppo privilegiata, troppo strafottente? Comunque, dopo Wanna Marchi, Chiara Ferragni ed altri eroi, Netflix ha annunciato una serie anche sulla mirabolanti avventure di Salis e dei suoi amichetti non in pianta stabile, titolo: “Due quorum e una caparra”. Preferibilmente in nero, ovvero in rosso.
Max Del Papa, 11 aprile 2026
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