A soli 318 giorni dal primo insediamento su uno scranno istituzionale, Silvia Salis cede alla più antica lusinga della politica italiana: la corsia preferenziale aperta da un media straniero. Bloomberg le dedica un lungo profilo, la incorona “unica vera anti-Meloni” e lei, al terzo anno di sport agonistico probabilmente sapeva che quando il vento è favorevole è il momento in cui si commettono gli errori più costosi. “È una cosa interessante, mi lusinga”, dichiara la sindaca. La risposta di chi non ha ancora capito che in politica la lusinga è la prima delle trappole.
Il meccanismo è di una banalità quasi commovente. Bloomberg costruisce il profilo, soffia sulla brace dell’opposizione galvanizzata dalla sconfitta referendaria di Meloni, e la sindaca genovese, invece di tergiversare con la prudenza che il mandato imporrebbe, abbocca con la solerzia di chi aspettava esattamente quella domanda. “Di fronte a una richiesta unitaria non potrei dire che non la prenderei in considerazione”. Traduzione per chi non mastica eufemismi: sì. Con una capriola lessicale che non inganna nessuno, nemmeno Schlein e Conte, che si son ritrovati a osservare la scena con la silenziosa freddezza dei calciatori che assistono all’esultanza prematura di un compagno di squadra.
Il problema non è l’ambizione. L’ambizione è un motore legittimo, a volte persino necessario. Il problema è la sequenza temporale, un dettaglio che i politici di lungo corso, quelli che hanno fatto gavetta di quartiere, municipio, provincia e regione, conoscono bene. Perché sanno che ogni casella ha un costo e un tempo. Salis, invece, ha bruciato le tappe con la disinvoltura di chi confonde l’accelerazione con la competenza.
Il curriculum politico di una neofita
La biografia è cristallina: atleta olimpica, candidata civica alla poltrona di Palazzo Tursi nel gennaio 2025, eletta sindaca di Genova il 26 maggio 2025 al primo turno con il 51,48% dei voti. Stop. Questo è il curriculum politico. Non una circoscrizione, non un consiglio comunale, non una giunta. Direttamente sindaca di una delle città più complesse d’Italia, fresca come una mimosa di marzo, e già proiettata verso Palazzo Chigi. La traiettoria è ammirevole per coraggio. Patetica per metodo.
C’è però un dettaglio che la fotografia consegna alla storia con la precisione di un referto. La sindaca che “crede fermamente che sviluppo economico e giustizia sociale possano coesistere” è stata immortalata in tailleur gessato, piedi scalzi e un paio di Manolo Blahnik da 1.200 euro adagiati con olimpica nonchalance sul pavimento accanto alla poltrona. Non un paio qualunque: il logo in bella vista, la punta affusolata, il prezzo di uno stipendio medio mensile di un operaio genovese del porto. La foto non era un incidente: era una posa studiata. Ed è proprio qui che la retorica del salario minimo incontra la suola dello stilista più amato dall’upper class globale, producendo il corto circuito semantico più icastico della settimana.
La giustizia sociale, almeno per ora, cammina su un tacco 10. Il messaggio sarà pure involontario, e con che cosa cammina Salis in fondo è affare suo (e semmai dei suoi calli) ma i messaggi involontari, in politica, sono i più costosi. E questo foto (un filo fetish) era un messaggio.
Genova non è una palestra olimpica
Genova è una città con un fascio di nodi complessi e irrisolti che aspettano una sindaca presente, non una candidata premier distratta. La frattura tra centro e periferie, con il Ponente e la Val Polcevera che accumulano desertificazione industriale e degrado urbano mentre il centro si rigenera. Un porto che deve ridefinire il proprio rapporto con la città. Il nodo della mobilità urbana, con una rete pubblica che strangola i quartieri collinari. Il piano di rigenerazione delle aree dismesse dopo il Morandi, dove la ricucitura infrastrutturale non ha prodotto alcun riequilibrio reale. Il salario minimo nei contratti comunali e la riforma del welfare, promesse elettorali che richiedono cinque anni di dura negoziazione burocratica, non diciotto mesi e un profilo su Bloomberg. Il mandato scade a maggio 2030. Chi ha votato Salis per queste ragioni potrebbe scoprire con qualche disappunto che la sindaca stava già guardando altrove.
Il film psichedelico del campo largo
Poi c’è la questione del Campo Largherrimo. L’idea che Schlein e Conte si convincano della “soluzione Salis” suggerita nientepopodimeno che da Bloomberg è un esercizio di fantapolitica di rara evanescenza. Schlein sta costruendo la sua legittimazione nei sondaggi. Conte ha presentato un libro, il che nella semiologia politica equivale a una dichiarazione di candidatura. Renzi non nasconde il tifo palese e l’investitura il che, nella tradizione del campo largo, equivale quasi al bacio della donna ragno.
Puntare il proprio futuro sull’effetto “volto nuovo” nel 2026 è un atto velleitario, peraltro già sperimentato, con esiti non brillanti, da Appendino e da Raggi, due sindache che nelle intenzioni grilline dovevano assurgere a ben altri incarichi prima ancora che chiudessero un solo bilancio comunale. Ma la magistratura pensò bene di sbarrar loro la strada. La candidata da battere ha iniziato a fare politica nel 1992, a quindici anni, al Fronte della Gioventù della Garbatella. Ha 34 anni di militanza, ha guidato Azione Giovani, è stata la più giovane ministra della storia repubblicana, ha fondato un partito da zero nel 2012 e lo ha portato dal 4% al 29% in dieci anni. Ha una base tetragona e un racconto identitario coerente. Pensare di batterla con il fascino del volto nuovo è, come avrebbe detto Longanesi, “una di quelle idee che sembrano geniali alle 3 di notte e stupide alle 9 di mattina”.
Salis, dopo poche ore, ha fatto l’unica cosa sensata: la parziale retromarcia. “Non ho nessuna intenzione di venir meno al mio mandato”. Benissimo. Ma quella frase non cancella l’intervista. Cancella, semmai, un po’ di credibilità. In politica, l’anticlimax è sempre più costoso dell’audacia.
Giulio Galetti, 12 aprile 2026
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