Giorgia Meloni è diventata il bersaglio quotidiano di una sinistra che, incapace di competere sul piano politico, ricorre all’insulto sessista e alla delegittimazione personale. Come è successo ieri alla Camera per voce del deputato Cinquestelle Silvestri che ha evocato l’immagine sessista della premier a carponi con tanto di ginocchiere al cospetto di Trump. Questo livore non colpisce solo il premier, ma offende l’intelligenza degli italiani che l’hanno scelta per guidare il Paese. Quando gli argomenti politici vengono a mancare, la macchina del fango si accende. È una triste costante nel nostro panorama mediatico: se a finire nel mirino è un leader di centrodestra, e in particolar modo la prima donna premier della storia repubblicana, le regole del vivere civile vengono improvvisamente sospese. Assistiamo a un vero e proprio cortocircuito morale. Quelli che si ergono a maestri di democrazia, dispensatori di patenti di moralità e paladini dei diritti civili, si trasformano regolarmente in triviali offensori quando si tratta di Giorgia Meloni. Dagli attacchi beceri sul suo aspetto fisico alle insinuazioni sulla sua capacità di governare, il copione è sempre lo stesso: l’odio ideologico prende il sopravvento sulla ragione. E ciò che fa più specie è l’assoluto silenzio del “partito” dei benpensanti e delle anime belle quando gli insulti piovono addosso al premier. Se un epiteto volgare fosse stato rivolto a un esponente della sinistra, avremmo assistito a piazze gremite, interrogazioni parlamentari urgenti e editoriali indignati sui principali quotidiani. Invece, nel caso di Giorgia Meloni, l’insulto diventa “legittimo”, derubricato a satira o a libera espressione del dissenso politico. Questa è la dimostrazione plastica di una grave intolleranza di fondo: una parte minoritaria del Paese, ma rumorosa e radicata nei salotti buoni, non ha ancora accettato il verdetto delle urne. Non potendo contestare il consenso popolare di cui gode il governo, si cerca di demolire l’avversario sul piano umano.
Alessandro Sallusti
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