Politico Quotidiano

Se un poliziotto deve pagarsi la bodycam “per tutelarsi”, siamo alla frutta

Auto incendiate, agenti feriti e centro storico in ginocchio: una follia convocare la piazza per protestare

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Bologna brucia ed è asfissiata dalla cappa della delinquenza di piazza di un pezzo della città: i soliti collettivi e i centri sociali. Le immagini della scorsa notte sono ormai note a tutti. Nel centro del capoluogo emiliano è andata in scena una vergognosa pagina di storia: manifestanti violenti hanno messo a ferro e fuoco la città, in un’apologia della guerriglia urbana, scagliandosi contro i cordoni delle forze di pubblica sicurezza.

Niente di nuovo nel Paese che da sempre è disposto ad accettare la routine degli scontri di strada della sinistra antagonista. Ma chi appicca incendi deve risponderne. Il vero scandalo, stavolta, arriva dal Comune: prima ancora che fosse fatta piena luce su quanto accaduto durante l’arresto di Fakir Abderrhaim, l’egiziano morto durante un intervento della polizia, il sindaco Lepore ha invitato a scendere in piazza “per la verità”.

Come prevedibile, è finita tra bombe carta, cariche e devastazione del centro storico, trasformato in un campo di battaglia. Il bilancio è da stato di natura del Terzo Mondo: 64 agenti feriti. Numeri che parlano da soli. Curioso che tutto ciò accada proprio nello stesso giorno in cui, a Genova, come ogni anno, c’è chi imbratta le vie del centro per rendere omaggio alla memoria di Carlo Giuliani, il giovane rimasto ucciso negli scontri del G8 mentre, con il volto coperto, prendeva d’assalto una camionetta dei carabinieri, pronto a lanciare contro di essa l’estintore che aveva in mano. Per questo, al di là di quel romanticismo insito nello scorrere del tempo rispetto a qualunque vicenda umana, l’equazione Fakir = Giuliani, proposta da chi nel giorno della commemorazione paragona quel caso a quello di Bologna, non rende un grosso favore all’egiziano.

Evidentemente le regole funzionano solo in base all’esigenza narrativa del momento per certi compagni: se le forze dell’ordine non intervengono, se ne fregano dei cittadini; se intervengono, sono il braccio armato dello Stato oppressore. Così la sinistra ha deciso che il problema non è chi devasta la città, né un soggetto fuori di sé. Il problema è, a prescindere da un accertamento della rispondenza della condotta ai protocolli, chi interviene per impedire il caos. Se il contratto sociale prevede che il cittadino ceda allo Stato il monopolio della forza legittima, questi poliziotti devono poter intervenire. Invece, ogni volta, è una gara a chi accusa per primo: e la pistola no, e il taser no; addirittura pare che, dopo l’episodio di Bologna, anche l’utilizzo dello spray urticante sia da scongiurare.

E in tutto questo, uno degli agenti (23 o 28 anni) ha anche acceso la propria bodycam privata prima dell’intervento per documentare la legittimità delle operazioni e la propria buona fede: un gesto quasi profetico, che descrive il clima di pressione che certa stampa e certa politica hanno contribuito a creare attorno agli agenti. E come dovrebbero fermare un esagitato?

C’è poi la questione delle questioni: può un sindaco promuovere una manifestazione di piazza che, senza bisogno della sfera di cristallo, avrebbe assunto il tono dello scontro con lo Stato? Può un rappresentante delle istituzioni fomentare le folle soffiando, sia pure tacitamente, sullo stigma ideologico che fin da subito ha presentato i poliziotti come colpevoli?

In uno Stato di diritto le responsabilità si accertano attraverso le indagini, non nelle piazze, né attraverso la giustizia ideologica e sommaria degli scalmanati: giovani che, per candore e scarsa maturità, cadono sistematicamente nella trappola di prendersela con la polizia senza guardare ai mandanti che quell’odio lo fomentano; e, ignari del disegno di quei fili che li rendono marionette, urlano “Assassini”, “Tutto il mondo odia la polizia”, danno alle fiamme auto e mezzi delle forze dell’ordine, devastano bancomat, distruggono le vetrine dei negozi e incendiano i cassonetti.

In tanti chiedono a gran voce le dimissioni del sindaco Lepore e della sua giunta. Ma quali dimissioni? Lepore dovrebbe essere destituito con decreto del Ministro dell’Interno per gravi motivi di ordine pubblico, ai sensi degli articoli 53 e 142 del TUEL (D.Lgs. 267/2000). Convocare immediatamente una manifestazione quando la piazza ha già celebrato il proprio processo lampo, ha deciso che si è verificato un omicidio di Stato e che gli agenti sono assassini, senza attendere neppure gli esiti autoptici, quando il diritto e il vivere civile non valgono più nulla, significa assumersi una responsabilità politica e offrire una legittimazione istituzionale a una mobilitazione basata su congetture, odio ideologico e dissonanza cognitiva dei facinorosi.

I sindacati di polizia definiscono quella del sindaco una sorta di chiamata alle armi. Quel che è certo è che a Lepore sarebbe bastato aprire Google e rileggere il lungo elenco dei precedenti, la storia delle piazze degli ultimi anni, per capire come sarebbe andata a finire convocandone una a caldo.

Francesco Catera, 22 luglio 2026

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