Tra le ragioni per votare Sì nel referendum confermativo della riforma della giustizia vi è senza dubbio quella di rafforzare decisamente la figura del magistrato giudicante. In questo senso la cosiddetta terzietà del giudice, almeno basandoci sui fatti giudiziari finiti sotto i riflettori dei media, sembra che sia in svariati casi decisamente messa in discussione.
Casi clamorosi del recente passato, come quello tornato attuale di Garlasco o quello di Erba, in cui due poveri cristi sono stati condannati su indizi a mio avviso inconsistenti – oltre a molti altri processi nei quali abbiamo avuto l’impressione che si facesse copia incolla delle teorie della pubblica accusa nei vari gradi di giudizio-, sembrano aver confermato un eccesso di colleganza professionale tra i magistrati che svolgevano le due ben distinte funzioni: quella requirente e quella giudicante.
Tant’è che anche in una recente vicenda di cui ci siamo occupati recentemente, l’omicidio dell’anziana Pierina Paganelli, c’è un uomo di colore in carcere da oltre un anno e mezzo, Louis Dassilva, a cui il giudice per il riesame, nonostante un giudizio favorevole all’imputato da parte della Cassazione, ha rigettato per ben tre volte il ricorso dei suoi legali.
Nemmeno gli arresti domiciliari sono stati concessi al Dassilva, sebbene, ed è questo l’elemento che dovrebbe farci riflettere, a tenerlo dietro le sbarre mentre si celebra il processo di primo grado, c’è solo la testimonianza di una persona, la sua ex amante, che dopo circa 17 mesi dal delitto la modificò radicalmente a danno dell’uomo.
Ora, avendo approfondito moltissime vicende giudiziarie del mondo anglosassone, dove esiste una netta separazione tra le due funzioni della magistratura, un caso come quello appena descritto non sarebbe nemmeno arrivato al livello del gran giurì, in cui si stabilisce se far celebrare o meno il processo.
D’altro canto, negli Stati Uniti, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (prosecutors) è netta e strutturale, radicata nel sistema giuridico. I procuratori sono spesso figure politiche elette o nominate, mentre i giudici seguono percorsi distinti, garantendo la distinzione tra chi accusa e chi giudica.
Ora, tornando a bomba, le due principali cause di questo evidente fenomeno di appiattimento dei giudici sulle tesi dei pubblici ministeri, che almeno non sembra avvenire tanto sporadicamente, sono ben note: la nefasta presenza delle correnti, divenuta da tempo una vera e propria deriva – come dimostra il libro “Il Sistema”, scritto a due mani da Alessandro Sallusti e Luca Palamara – e un unico Consiglio Superiore della Magistratura, a cui sono affidati due compiti fondamentali: la gestione delle assunzioni e degli incarichi dei magistrati in tutti i vari passaggi, e l’esercizio dell’azione disciplinare.
Ebbene, votando Sì alla riforma, si realizza un grande cambiamento. Le carriere dei magistrati saranno separate sin dall’inizio del loro ingresso nell’ordine giudiziario; verranno istituiti due Csm, uno per i giudici e uno per le figure requirenti, e nascerà ex novo un’Alta Corte che si occuperà esclusivamente della disciplina dei magistrati.
In più e non meno importante, è previsto il sorteggio dei due nuovi organi di autogoverno dei magistrati. In questo modo, si auspica il legislatore, si contrasta efficacemente il peso, attualmente preponderante, delle varie correnti, spesso simili a veri e propri partiti politici.
In conclusioni, io credo che queste siano ragioni più che valide per allineare l’Italia ai sistemi giudiziari che caratterizzano gran parte del mondo avanzato.
Claudio Romiti, 21 marzo 2026
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