Il video corre sui social, ne danno notizia il Corriere della Sera e tanti altri giornali. Un di colore disteso a terra mentre un gruppetto di poliziotti cerca di ammanettarlo. Il richiamo a George Floyd è immediato, anche per i presenti. Grida del tipo “dovete vergognarvi, dovete vergognarvi” e poi le accuse di razzismo, profilazione razziale, Ilaria Salis che denuncia “l’abuso di potere bello e buono, con violenza e arroganza, con una scena degna degli Stati Uniti”. Però? Però a chiedere un po’ e a scavare meglio, si profila un’altra storia (o almeno una verità alternativa) rispetto a quella spiattellata su Instagram dall’eurodeputata di Avs.
Partiamo dalle accuse della Salis. “Massima solidarietà a Diala Kante – cittadino italiano di origine senegalese, residente a Milano dal 2013″, scrive l’onorevole. “Sabato sera, presso il ristorante Baobab, Kante è stato fermato, malmenato e ammanettato dalla polizia davanti ai suoi figli terrorizzati. Poi arrestato e trattenuto in questura per 12 ore. Perché? Perché, di fronte all’ennesimo controllo immotivato rivolto a persone razzializzate in zona, ha avuto il coraggio di dire: ‘Ma siete sempre qui? Ce l’avete con i neri? Fate un controllo anche agli altri locali?'”. Da lì la reazione della pattuglia di polizia, il famoso “abuso di potere”, che addirittura per Salis non sarebbe nemmeno “un episodio isolato” perché in Italia “i controlli a profilazione razziale” sono “la regola”.
Molto bene. Però il video riprende solo l’ultima parte dell’intervento di polizia e non racconta la storia per intero. Per capirlo bisogna partire dal finale della cronaca del Corsera di Milano, in quella parte di articolo a cui di solito arrivano solo i più intrepidi lettori. Il controllo di polizia scatta a causa “delle tante persone che si fermano fuori dal locale”, scrive il cronista, una situazione “più volte oggetto di esposti dei residenti”. Una fonte di polizia, contattata da Nicolaporro.it, conferma: all’arrivo degli agenti, questi sarebbero stati ricoperti di insulti e proteste. “Gli esposti in commissariato da parte dei residenti si sprecano per quel locale – insiste la fonte – E il dirigente va spesso a controllare, proprio come dovrebbero fare tutti i bravi poliziotti. Per questo è inviso a quella gente. Quando ha chiesto loro di sposarsi, subito hanno inveito contro di lui accusandolo di razzismo”. All’arrivo dei rinforzi, le cose non sono cambiate. Secondo il Corsera, “un poliziotto sarebbe stato strattonato, finendo a terra”. Vero o meno che sia, forse sarebbe bastato assecondare la normale richiesta di documenti da parte delle forze dell’ordine per chiudere la faccenda, invece molti si sarebbero opposti. Per questo gli agenti avrebbero deciso di bloccare quattro o cinque dei più esagitati, tutti senegalesi con cittadinanza italiana. “I quattro uomini sono stati accompagnati in questura per l’identificazione, in quanto si sarebbero rifiutati di comunicare le generalità e di consegnare i documenti. Per loro, denuncia per resistenza e oltraggio”, scrive il Corriere.
Ma davvero hanno opposto resistenza? A sentire un residente sì. “Alcune persone che hanno iniziato a urlare contro la polizia perché non volevano dare i documenti. Alcuni hanno spintonato i poliziotti, e uno in particolare ha trascinato a terra un agente. Solo dopo vari tentativi sono riusciti a bloccarlo”. Opposta la versione dell’uomo ripreso nel video. “Sono venuto come sempre a mangiare qui. C’erano già i poliziotti”, ha raccontato ad una attivista che l’ha intervistato. “Ho detto ‘ma siete sempre qua’, ‘stiamo svolgendo un controllo’, hanno detto loro”. Lui sostiene di aver dato i documenti, ma anche di aver accusato gli agenti di avercela con i neri. A quel punto in risposta avrebbe ricevuto “parole molto forti” e poi “uno mi ha messo le manette, davanti a miei figli, e mi ha messo a terra. Non ho fatto nessuna resistenza. Ho parlato, non ho diritto di esprimermi? Ma mi hanno tenuto 12 ore in questura”.
La nostra fonte spiega però perché quel modo di comportarsi può ritenersi una “resistenza”. Quando si viene ammanettati, basterebbe assecondare il gesto. Se ti muovi e ti opponi, invece, è normale che gli agenti siano costretti in qualche modo a vincere la resistenza. Anche facendoti sdraiare a terra o magari sul cofano di un’auto. C’è poi un altro fattore, da considerare. “Se in quella zona si radunano gruppi di senegalesi che con gli schiamazzi provocano le ire dei residenti, è normale che la polizia vada a controllare loro”, dice la nostra fonte. “Nessuna profilazione. Lo stesso dicasi in altre zone: se vai in via Vitruvio è facile che le verifiche si ‘concentrino’ sui bengalesi essendo in maggioranza, se vai altrove magari sono le prostitute a dover fornire i documenti più di altri. In metro, dove ‘lavorano’ le borseggiatrici rom, è più facile che siano loro ad essere attenzionate. In Buones Aires se la movida supera i livelli consentiti, anche gli italiani di pelle chiara subiscono lo stesso trattamento”. Senza contare che a Milano, come altrove in Italia, le forze dell’ordine controllano milioni di persone senza star a sindacare la tonalità del colore della pelle.
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