Qui al bar consumiamo solo prodotti italiani, dal caffè ai cornetti, dai cappuccini fatti con latte locale alle bombe che impastiamo e farciamo direttamente noi. Chi l’ha mai venduto un prodotto della Nestlé? Non abbiamo nemmeno qualcosa contro le multinazionali del cibo, eh: con gli alimenti di massa a costo contenuto si sfama anche chi, altrimenti, di fame morirebbe.
Però è buffo: per licenziare l’amministratore delegato della società francese c’è voluto uno scandalo sessuale. Addirittura, l’improvvido Laurent Frexie ha avuto una relazione “non dichiarata” con una dipendente. Gli scandali politici ed economici che hanno investito l’azienda non hanno provocato nessun terremoto simile. Dove non sono riuscite le accuse di malversazioni, è riuscito questo perbenismo in salsa femminista.
È noto, infatti, che quelli della Nestlé non siano sempre stati stinchi di santi: dalle polemiche sulle campagne per rifilare il latte in polvere al Terzo mondo, con l’Unicef che parlava di un milione e mezzo di bimbi morti l’anno per la sostituzione del latta materno con quello artificiale, al cibo contaminato per animali, al presunto sfruttamento di manodopera minorile in Africa (mica tanto presunto). Ebbene, nulla di tutto ciò è stato sufficiente per portare alla rimozione di un capo.
C’è voluto che il ceo si portasse a letto di nascosto una dipendente, per farlo cacciare. Meraviglie del puritanesimo woke. Noi ci beviamo su un caffè, piuttosto che un Nesquik.
Il Barista, 3 settembre 2025
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