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Le manovre della politica

“Preferisco tutta la vita…”. Cosa c’è dietro l’incontro Meloni-Calenda

L’avvicinamento tra Terzo Polo e centrodestra e quella frase sfuggita a Calenda. Sul piatto c’è la manovra, ma…

MELONI CALENDA

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di Andrea Ruggieri

Disinnescare l’eventuale riottosità di Forza Italia, frammentare un’opposizione già autonomamente divisa, e avvicinare Renzi al centrodestra, sua collocazione naturale visto che inizia la frana forzista (che si vede nei sondaggi e alle prossime Regionali rischia di avviare la narrazione sulla fine di Forza Italia, incapace di ridarsi slancio sexy). Ma anche piantare un fiore nel cannone dell’unica opposizione credibile e capace da un punto di vista comunicativo, dunque pericolosa. A tutto questo serve l’incontro Meloni-Calenda.

Ok, il confronto su una manovra che serve a tutti è giusto e civile, allargare il confronto aiuta a spegnere polemiche inutili e a cercare la pace politica preziosa visto il panorama economico, ma io non dimentico una frase sfuggita a Calenda, che ebbi modo di ascoltare in piena campagna elettorale, e che a me disse molto: “Preferirei tutta la vita fare un Governo con Giorgia Meloni che con Fratoianni”. Come dargli torto.

Silvio Berlusconi ha cambiato la politica, e oggi il consenso si cerca nel rapporto diretto con l’elettorato d’opinione tramite i media (evviva), ma la grammatica parlamentare resta tradizionale. E su questo fronte, l’atteggiamento di Forza Italia, secondo me sbagliato, rischia di favorire e accelerare l’avvicinamento inevitabile tra Italia Viva e Azione, e il centrodestra. Dal colpo, isterico, sparato a vuoto in Senato sulla votazione di La Russa Presidente (che certificò l’irrilevanza politica azzurra) alle polemiche poco sostenibili sulla formazione del Governo, ai distinguo sui primi provvedimenti, Forza Italia si sta ritagliando un ruolo da alleato critico, modello Udc nel Governo Berlusconi ter (che infatti portò al quater).

Solo che l’Udc non tradiva un’ambizione maggioritaria che Forza Italia ha sempre avuto e non dovrebbe abbandonare (ma anzi dovrebbe domandarsi come recuperare), che il trend di risultati elettorali dell’Udc era in crescita (al contrario di quanto capita da un bel po’ a Forza Italia) e che il personale politico democristiano era assai più scafato di gente che aveva promesso alla “moje che non si avrebbe più candidato” (per citare testualmente un esordiente senatore forzista).

Questo atteggiamento ostile dei berlusconiani ha prima spinto Matteo Salvini tra le braccia di Giorgia Meloni (bravissima a soddisfarne generosamente le richieste ministeriali, garantendogli così la pax interna alla Lega e staccandolo dall’abbraccio con Forza Italia), e ora accelera il dialogo con Matteo Renzi e Carlo Calenda (che secondo me non dispiace affatto, in prospettiva, nemmeno alla Lega); il tutto, sommato alla consapevolezza che il Premier Meloni è in grado di portare via metà dei gruppi azzurri a chi li guida, ed eventualmente rimpiazzarne l’altra metà  proprio con i renzian-calendiani, come peraltro parzialmente avvenuto sul caso La Russa.

Difficile che Carlo Calenda e Giorgia Meloni trovino intesa sul Pos obbligatorio solo sopra i 60 euro, o sulla manovra nel suo complesso (che profuma pochino di centrodestra e non opera scelte decisissime, anche a causa del poco tempo a disposizione). Più facile che l’incontro sia il primo passo di un avvicinamento tra chi si candida a essere centro pragmatico e destra egemone (entrambi in fondo atlantisti, garantisti, contro l’assistenzialismo paternalista del reddito di cittadinanza, a favore del taglio delle tasse e della burocrazia, e per le imprese come luogo eletto di creazione di posti di lavoro e crescita). Dopo le Europee 2024 si capirà quanto strutturale possa diventare questo annusarsi.

Io resto della mia idea: Calenda non riesce a prendere i voti dei berlusconiani. È percepito come di sinistra, e ha gioco più facile a mettere un dito nell’occhio di chi vota Pd ma maldigerisce che il partito di Enrico Letta diventi la Bielorussia dei grillini di Conte, difendendo il reddito di cittadinanza anziché il lavoro.

Chi può riuscire a crescere sulle macerie azzurre è Matteo Renzi (se affiancato da alcuni forzisti riconoscibili): a sinistra ha perso il suo credito elettorale, ma nel centrodestra no (non è un mistero che molti lo vedano da sempre come il figlio naturale di Silvio Berlusconi).

E secondo me, se il partito fondato dal Genio (Silvio Berlusconi, per l’appunto) ma che cosí poco somiglia al suo Presidente, non si da un amministratore delegato nuovo (segretario o coordinatore che sia), brillante e comunicativo, e prosegue nell’essere corporativo (più pensioni, sapendo che a breve mancheranno i giovani che le possano pagare), antiliberale (difesa dei tassisti anziché di chi il taxi lo prende) e antilibertario (a favore dell’obbligo vaccinale e delle chiusure Covid, anziché sostenitore del modello Florida), il tentativo di Renzi e Calenda, aiutati dalla Carfagna e da altri che arriveranno, si fa pericoloso. Quanto, lo si intravedrà alle Regionali in Lombardia, dove l’obiettivo dei due e della candidatura Moratti non è vincere, ma contenere fino ai minimi termini forzisti e piddini, ma molto di più alle Europee.

D’altronde, se Forza Italia non sopravvive, da qualche parte si dovrà pur rifarla…

Andrea Ruggieri, 29 novembre 2022