Prescrizione, il pasticcio all’italiana è servito

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Costruire un pasticcio e chiamarlo “compromesso”. È ciò che tre delle quattro forze di maggioranza (Pd, M5S e LeU) si apprestano a fare in materia di prescrizione, mentre Italia Viva manifesta un dissenso che andrà naturalmente messo alla prova dei comportamenti concreti in Parlamento, ben più significativi delle interviste.

Di che si tratta? Mentre sciaguratamente la norma voluta dal ministro Alfonso Bonafede bloccherebbe la prescrizione già dopo il primo grado di giudizio, il tripartito giallorosso propone di posporre il blocco dopo l’appello. Naturalmente, all’italiana, non mancherebbero le complicazioni: se sei assolto in primo grado, la prescrizione va; se sei condannato in primo grado, si ferma; se sei ricondannato in secondo grado, si blocca per sempre; se invece ti scagionano in secondo grado, avrai un recupero (non si capisce bene di cosa, visto che nel frattempo ti sei subìto un altro doloroso processo).

Male, ma meno peggio della prima versione di Bonafede, si potrebbe dire a prima vista. Eppure a me pare che lo sbrego resti: e che non sia sanabile con espedienti e escogitazioni da Azzeccagarbugli.

Ci dicono da anni che la Costituzione italiana è (secondo loro) la più bella del mondo? E allora la leggano. L’articolo 27 comma 2 spiega che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. “Definitiva” vuol dire che fino al terzo grado vige la presunzione di innocenza, che non può essere travolta a casaccio. Meno che mai stabilendo percorsi e velocità processuali diverse a seconda del fatto che in primo e/o in secondo grado l’imputato sia stato assolto o condannato. Sarebbe una lesione dell’articolo 27, e pure dell’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini.

Senza dire che, nella logica della “giustizia” italiana, stabilire che dopo il primo (o dopo il secondo) grado la prescrizione si fermi in caso di condanna, significa incentivare “a prescindere” e “in automatico” più sentenze di condanna nei primi due gradi di giudizio. Un abominio contro la giustizia, contro gli imputati presunti innocenti, e pure contro le vittime, che hanno diritto a un processo serio, e non a un rito tribale con un colpevole “predefinito”.

È dunque il caso di ricompitare alcuni principi essenziali, direi perfino elementari. La prescrizione non è una furbata del cittadino, ma un sacrosanto venir meno della pretesa punitiva dello Stato se la giustizia non è stata in grado, dopo un tempo lunghissimo, di concludere il procedimento. Prendersela con il cittadino è surreale: sarebbe come aggredire il malato se un ospedale non funziona.

Quanto all’idea di affrontare il problema rendendo ogni processo eterno, lasciando potenzialmente il malcapitato per tutta la vita sotto la spada di Damocle, c’è una sola cosa che va chiesta ai fautori di questo capolavoro: e se capitasse a voi?

Daniele Capezzone, 10 febbraio 2020

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