Società

Pride, il patetico monologo Angiolini-Renga. Poi parte la canzone “sbagliata”

Ambra e la figlia Jolanda sul carro Lgbtq+. Poi cantano ma...

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Siamo in democrazia e tutto è lecito. Negli anni Ottanta, molti artisti gay facevano musica, producevano dischi e riempivano le classifiche senza bisogno di trasformare la propria identità in un manifesto continuo. Boy George, per esempio, era un’icona: si sapeva chi fosse, ma ciò che contava davvero era la musica. Se piaceva, si comprava. Punto.

Oggi qualcosa sembra essere cambiato. Una parte del mondo LGBTQ+ appare sempre più orientata verso una visibilità esasperata, spesso costruita su provocazione e spettacolo. Non si tratta più solo di esserci, ma di farsi notare a tutti i costi. Il risultato? Eventi che, agli occhi di molti, scivolano facilmente nella caricatura.

La domanda sorge spontanea: si tratta ancora di affermazione di libertà o di una ricerca continua di attenzione? Davvero, nel contesto attuale, qualcuno impedisce alle persone di essere sé stesse? Oppure, in certi casi, si preferisce una rappresentazione sopra le righe perché è quella che garantisce visibilità immediata?

Il punto è semplice, forse persino banale: le persone omosessuali sono persone. Non simboli, non spettacolo, non provocazione. Persone. E proprio per questo, per qualcuno, l’eccesso rischia di ottenere l’effetto opposto, allontanando invece di avvicinare.

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Emblematico, in questo senso, quanto visto al Pride di Torino: sul palco Ambra Angiolini con la figlia Jolanda Renga. Un monologo che voleva essere intenso ma che è apparso, a tratti, forzato e carico di retorica. Il gesto finale — il foglio strappato — è stato accolto da un applauso che sembrava più automatico che convinto. Subito dopo, la scelta di cantare “T’Appartengo”. Un brano simbolo, certo, ma anche legato a una visione dei rapporti che stride con certe battaglie contro il patriarcato. Una contraddizione evidente, che lascia perplessi. Si combattono certi modelli, ma li si replica sul palco? Il messaggio rischia di perdersi proprio lì, nella confusione tra dichiarazioni e simboli.

E infine, una provocazione: se questi eventi vogliono avere anche una dimensione politica e sociale, perché restano confinati a contesti comodi e già favorevoli? Perché non spingersi dove i diritti sono davvero negati, dove la libertà non è uno slogan ma una battaglia concreta?0

Forse il nodo è tutto qui. Tra chi vede nei Pride un’espressione di libertà e chi li percepisce come una deriva spettacolare, resta una frattura evidente. E ignorarla non aiuta nessuno. La libertà, quella vera, non ha bisogno di eccessi per esistere. Ma nemmeno dovrebbe temere le domande, anche quelle più scomode.

Beppe Fantin, 9 giugno 2026

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