La prima cosa che un comunista è tenuto a fare non è la rivoluzione: è mentire. La sua ideologia è talmente inapplicabile e folle, che non potrà mai incontrare la realtà a meno di imporla con le stragi. In entrambi i casi la menzogna è necessaria e non trattabile: per nascondere l’abominio, per nobilitarlo nelle ragioni, per negare la realtà.
Il comandamento supremo del comunista lo ha dettato Hegel: “Tanto peggio per i fatti se non si accordano alla teoria”. I fatti sono fatti di umani, di vita, di realtà e il comunismo è per l’appunto l’arte di travolgere gli umani, i fatti, la verità, la realtà. Con il woke la faccenda si è riciclata esaltandosi al gioco delle parole che è gioco demoniaco: inclusione, restiamo umani, odiare ti costa sono tutte formule pronunciate da chi odia a buon mercato ed è disumano, razzista, escludente. Lo vediamo particolarmente in questi giorni, che sono giorni di scoppole per i comunisti (inutile chiamarli sinistra, più o meno riformista, più o meno pluralista: il comunista, come il diamante, è per sempre, e, come diceva Guareschi, gratta gratta torna sempre a galla). Potremmo aggiungere, con tutto il suo corredo di intolleranza. Tutto sostenuto dal ricorso sistematico, sovietico alla bugia.
Giorni di batoste, altroché, e dunque giorni di falsità. Una è cominciata in anticipo e aveva a che fare con le elezioni nelle Marche per cui la stampa controllata dalla sinistra, insieme a qualche sito gossipparo legato ai Servizi, truccava in modo patetico le previsioni: testa a testa, destra in difficoltà, Matteo Ricci ha già vinto. Ma chi nelle Marche ci vive sapeva come sarebbe andata a finire al punto che le elezioni si sarebbero anche potute non fare: Ricci aveva tutti contro a partire dagli elettori di sinistra e difatti perfino a Pesaro l’hanno rigettato come un calcolo fastidioso. Sapevamo anche le esatte proporzioni dello scollamento, da otto a dieci punti che è un baratro, ma fino all’ultimo la menzogna comunista si è agitata come un pesce senz’acqua e perfino dopo vecchi comunisti come Bersani sono arrivati a dire che no, non era una débâcle, tutt’altro, è stato un successo, una rimonta, appena 8 punti di distacco. Insomma per il vecchio compagno che smacchiava i giaguari il campo largo ha riscontrato un tale trionfo da renderne indiscutibile la legittimazione a governare. Aspetta la Calabria, Pierluigi.
Altro giro, altra palla monumentale: i Flotilla boys tutta gente pura, disinteressata, angosciata per i bambini palestinesi. Come no, come quella influencer di Hamas spagnola, legata a un marocchino di Hamas, che ha trovato il coraggio di dire che le israeliane si sono lamentate per non essere state stuprate da nessuno, una provocazione eccessiva. Ma non poteva bastare e abbiamo dovuto sentire una giornalista Rai arrivare a dire che il massacro del 7 ottobre non c’è mai stato: roba da sanzione se non radiazione immediata dall’Ordine, che invece punisce chi fa notare lo scempio.
L’avete sentita poi la Francesca Albanese al cospetto del sindaco emiliano? Sì, che l’avete sentita, sarà contento il suo main sponsor Travaglio. Ma non esiste anche una responsabilità morale oltre le colonne d’Ercole della libertà di espressione? Quanto alle groupie della Flotilla, quando fai loro sapere che è tutta roba di Hamas – non infiltrata, totalmente organizzata e controllata, che i legami, i finanziamenti, i ceffi disegnano una autentica operazione di Hamas – quelle non fanno una piega perché lo sanno benissimo ma insistono nello strepito ipocrita: i bambini palestinesi, il genocidio, Israele canaglia, “Hamas ha smentito”, “frii palestain”. Sì, frii ma non da Hamas, tutt’altro, vorrebbero importarla pure qua.E gli sale il fanatismo, a questi comunisti non gli caverai mai una parola contraria ad Hamas, ci vedono il trionfo del terrorismo risorgente, il riscatto dopo le delusioni del brigantismo finito nella resa totale dopo quindici anni di sangue crudele e inutile.
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La terza fandonia è incatenata alla precedente e ha a che fare con le devastazioni di Milano della settimana scorsa. Qui il portavoce è il ragazzo invecchiato da centro sociale e famiglia danarosa, lo Zerocalcare che insiste nella bugia spudorata, senza vergogna: nessun problema, ma quale devastazione, al massimo due vetri scheggiati, tutta gente pacifica e poi bisogna capire, bisogna contestualizzare. E passi per uno così, ma che a fargli il controcanto siano gli arzilli novantenni Augias e Prodi, scusateci, fa un po’ pena, anzi parecchio.
Il siparietto è surreale: secondo Prodi da un lato troviamo le migliaia, ma che dico migliaia, milioni di manifestanti, le adunate oceaniche, le folle planetarie, tutti candidi come gigli, inoffensivi come puttini, dall’altro invece i facinorosi, i violenti che “saranno stati una ventina”. Una stima discutibile, considerando i sessanta agenti feriti, le devastazioni a uno dei principali scali d’Europa e gli scontri lungo tutta via Vittor Pisani che proprio breve non è.
Siamo al superamento della falsità, siamo alla malafede conclamata e che i nostri arzilli guerriglieri, i nostri nonnetti intifada non fossero sul posto non li scusa, tutt’altro. Chi c’era ha visto e ha riferito, anche a chi scrive, la violenza totale, i lanci di tutto, biglie, cubetti di porfido, tubi, spranghe, la polizia che “con freddezza”, come mi ha raccontato una (mal)capitata dentro gli scontri, “sapeva cosa fare, conteneva senza lasciare che la situazione degenerasse e mi ha fatto sentire protetta”.
Perché la polizia italiana ormai è perfettamente addestrata a compiti di puro contenimento che vanno dal tattico allo psicologico: gli è fatto divieto di reagire, di pressare, debbono solo prenderle cercando di salvare la pelle, quella loro, quella dei cittadini inermi, e perfino quella dei balordi che cercano di accopparli. Esistono i documenti visivi, filmati, fotografie, ma anche su questi, come sui video del 7 ottobre girati dagli stessi criminali di Hamas, basta rifiutarsi di vederli, come Greta. E come si spiega che quelle devastazioni mentre venivano, e vengono, smentite contemporaneamente le si ribadisce per addossarle al governo, alla destra “provocatrice e sionista”?
Solito gioco delle parti, solita strategia dello specchio, solito negare ciò che si afferma per affermare ciò che si nega. La menzogna avvolta in una bugia, la falsità a matrioska, la doppiezza malevola che diventa alienazione, psicosi: questo è il comunismo. Pochi giorni dopo si è replicato a Torino e adesso si aspetta il 4 ottobre a Roma, giusto a ridosso del 7 ottobre glorificato dai Flotilla, dalle groupie che vanno in piazza a fare incontri, dai filoterroristi mascherati da cherubini, “gente assolutamente pacifica” come li vedono i nostri arzilli intifà.
E lo sanno di mentire, “mentono sapendolo” secondo quel modo di dire senza senso, perché non è possibile il contrario. Mentono godendone, perché qui si cerca il morto e lo sanno, perché i pro Pal sono pro Hamas e lo sanno, perché i Flotillas sono robaccia di Hamas e lo sanno, perché di gente pacifica lì in mezzo ce n’è poca e comunque, fosse anche il 99%, questa è una aggravante perché se in una manifestazione pochi sanguinari riescono ad imporsi sui moltissimi mansueti, vuol dire che i mansueti sono o complici o vigliacchi. Altra specifica del comunismo, il suo vittimismo: sono o non solo gli stessi che più i brigatisti falciavano all’ingrosso e più li definivano, affettuosamente, “compagni che sbagliano”, per non dire, per voler dire che in fondo non sbagliavano poi tanto, non sbagliavano per niente?
Max Del Papa, 1 ottobre 2025
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