Prudenza, non è ancora finita

La morte di Khamenei è un colpo grosso alla Repubblica Islamica. Ma in Iran non crollerà tutto nel giro di pochi giorni

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khamenei trump

La morte di Ali Khamenei negli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele segna uno spartiacque storico. Ma chi pensa che Teheran sia stata colta di sorpresa, o che il sistema della Repubblica islamica si dissolverà nel giro di pochi giorni, rischia di commettere un pericoloso errore di valutazione.

Khamenei governava dagli anni Ottanta. Non era solo un leader religioso, ma l’architrave di un sistema di potere costruito per resistere agli shock: sanzioni, rivolte interne, isolamento internazionale, guerra per procura. Negli ultimi mesi, secondo molte ricostruzioni, aveva già predisposto un meccanismo di continuità. Deleghe operative, catene di comando multilivello, nomine di sostituti per ogni posizione chiave. Non improvvisazione, ma pianificazione.

La scelta di rafforzare il ruolo di Ali Larijani, affidandogli la gestione di dossier cruciali – sicurezza interna, negoziati strategici, rapporti con Mosca e Pechino, preparazione a uno scenario di guerra aperta – appare oggi come un passaggio tutt’altro che contingente. Larijani, politico navigato, uomo dell’establishment, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e già presidente del Parlamento, era stato di fatto investito da tempo di una funzione di regia. Non poteva succedere formalmente alla Guida Suprema – non è un alto esponente del clero sciita – ma poteva garantire che la macchina dello Stato non si fermasse.

Nel frattempo, la procedura istituzionale prevede che sia l’Assemblea degli Esperti a nominare il nuovo leader. Tra i nomi circolati negli ultimi mesi figuravano il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, il religioso Hassan Khomeini – nipote del fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini – e altri uomini dell’apparato. Anche se uno di questi fosse venuto meno, il sistema aveva predisposto più livelli di successione. Era pronto.

Questo non significa che l’Iran non sia vulnerabile. Lo è. Le proteste interne, la crisi economica, la pressione militare americana, le tensioni regionali: tutto pesa. Ma ridurre il Paese a un regime isolato sull’orlo del collasso è una semplificazione pericolosa.

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L’Iran conta circa 90 milioni di abitanti. È una potenza regionale con ingenti risorse energetiche. Controlla lo Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Ha reti di alleanze e milizie che si estendono dal Levante al Golfo. E, soprattutto, possiede un apparato di sicurezza che ha dimostrato negli anni una notevole capacità di sopravvivenza.

Non è affatto scontato che la popolazione, pur critica verso il regime, sia pronta o disposta a rovesciarlo nel pieno di una guerra con potenze straniere. La storia insegna che le minacce esterne possono persino rafforzare il fronte interno, alimentando nazionalismo e coesione attorno allo Stato.

Per questo le esultanze da stadio, le dichiarazioni trionfalistiche, le urla sguaiate di “partita chiusa” suonano fuori luogo. La morte di un leader non equivale automaticamente alla fine del sistema che ha costruito. Anzi: se davvero Khamenei si aspettava gli attacchi e aveva già preparato la successione, allora la sua scomparsa potrebbe attivare un piano già rodato.

Non è finita. È appena iniziata una fase nuova, incerta e potenzialmente più instabile. E proprio per questo servono analisi fredde, prudenza strategica e senso della misura. In Medio Oriente, le vittorie premature si pagano care.

Salvatore Di Bartolo, 1° marzo 2026

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