Esteri

Qual è il vero problema dell’Ue

vance meloni von der leyen
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Il vertice tra Giorgia Meloni, JD Vance e Ursula von der Leyen è stato celebrato come un’occasione per rilanciare il rapporto transatlantico. «Oggi è un nuovo inizio», ha dichiarato la premier, mentre Vance l’ha definita «una grande pontiera» tra Stati Uniti ed Europa. Ma un ponte, per quanto ben architettato, ha bisogno di due rive solide e quella europea è friabile, segnata più da crepe che da fondamenta.

Ogni accordo presuppone due contraenti effettivi: due soggetti dotati di volontà, identità e autonomia strategica, ma l’Unione Europea lo è? Sul piano internazionale si comporta come una somma di veti e diffidenze. La guerra in Ucraina ha visto una coesione forzata sotto l’influenza americana, ma su dossier cruciali – Israele, Cina, Africa, energia – gli Stati membri marciano in ordine sparso. Ognuno recita la propria parte, spesso contro gli altri, più impegnato a distinguersi che a convergere. Come i capponi di Renzo, legati per le zampe e trascinati verso il macello, i governi europei litigano tra loro mentre la storia li spinge verso crisi che richiederebbero compattezza.

Sul piano economico, l’integrazione resta incompiuta. La moneta è comune, ma le politiche fiscali restano nazionali, il bilancio europeo è ridotto a meno dell’1% del Pil dell’Unione – contro il 25% di quello federale americano – e le capacità redistributive sono esigue: 0,25% del Pil europeo circola tra gli Stati membri, contro l’1,5% del PIL statunitense che fluisce tra gli Stati Usa. Manca un Tesoro, manca una regia comune, manca una strategia industriale. Ogni Paese gioca per sé: i tedeschi proteggono la loro manifattura, i francesi il loro interventismo, i mediterranei inseguono la sopravvivenza economica. Anche qui, la logica è quella dei capponi manzoniani: ci si becca, mentre la pentola si avvicina.

Sul piano identitario, la costruzione europea è ferma: non esiste un popolo europeo. La partecipazione politica si gioca ancora tutta nei parlamenti nazionali e l’Europa è vissuta come una burocrazia lontana, non come una comunità. Mancando il demos, manca anche una legittimazione politica forte. Il nodo cruciale, poi, resta quello militare. L’Europa non ha un esercito comune né una politica estera condivisa. Le sue forze armate sono separate, disorganiche, dipendenti dalla NATO, cioè dagli Stati Uniti. Le basi americane sono ovunque in Europa e non viceversa. L’Ue, semplicemente, non ha né la forza né la volontà di essere autonoma. In campo militare, è più un protetto che un partner.

Possiamo quindi costruire ponti, moltiplicare i vertici, celebrare i ruoli di mediazione, ma finché l’Europa non sarà un contraente vero – con una propria volontà politica, una voce unica, una forza comune – ogni tentativo di rilancio del rapporto euro-atlantico sarà squilibrato. Meloni può anche fare da ponte tra le due sponde dell’Atlantico, ma se una delle due non è terraferma, sarà sempre l’altra – quella americana – a dettare condizioni e obiettivi.

Giorgio Carta, 23 maggio 2025

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