Esteri

“Quali sono le fonti?”, “Ehmmmm”. La figuraccia di Albanese su Gaza

Sotto pressione a Ginevra, emergono dubbi sulla solidità delle informazioni alla base delle accuse

francesca albanese onu
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La relatrice ONU per la Palestina c’è cascata di nuovo. Durante la sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha vissuto un momento di visibile confusione e imbarazzo. Una giornalista ha interrotto la presentazione del suo ultimo rapporto, “Tortura e genocidio”, chiedendole esplicitamente di citare le fonti su cui si basava per le accuse gravissime rivolte a Israele ovvero torture sistematiche, uso della fame come arma e intento genocidario nei confronti dei palestinesi.

Francesca Albanese, nota per le sue posizioni tranchant e per aver definito Israele “nemico comune dell’umanità” in altre occasioni come nel diciassettesimo forum di Al Jazeera alla presenza di funzionari iraniani e altre canaglie, ha balbettato: “Le informazioni che ho fornito nel rapporto sono… Ovviamente non potevo andare a fare il conteggio dei morti io stessa, ma mi sono basata sulle informazioni fornite…” Ha menzionato, tra pause e incertezze, “avvocati palestinesi e israeliani”. Poi ha deviato: “Il punto è che c’è bisogno di… Proprio come ho detto, la priorità è fermare Israele”.

Il video dell’intervento è rimbalzato su tutti i social in poche ore, soffermandosi sull’ennesima figuraccia e sulla discutibile professionalità di una relatrice che dovrebbe fare dell’essere super partes il suo cavallo di battaglia ma che invece sovente finisce accecata dalla sua stessa ideologia.

Il rapporto, presentato pochi giorni prima della conferenza, descrive il sistema carcerario israeliano come un vero e proprio laboratorio di crudeltà calcolata e colloca la tortura all’interno di una più ampia strategia genocidaria. Albanese sostiene di aver raccolto oltre 300 testimonianze, molte indirette, da ONG, fonti locali palestinesi e rapporti precedenti.

Insomma, non il massimo dell’oggettività. Critici, tra cui UN Watch e diversi governi occidentali, contestano da tempo proprio il metodo dell’italiana: eccessiva dipendenza da fonti palestinesi o filopalestinesi, scarsa verifica incrociata e omissione sistematica delle responsabilità di Hamas dal 7 ottobre 2023 al sostegno del regime iraniano.

La relatrice e accademica italiana ricopre l’incarico dal 2022 per mandato dell’Onu, ma è costantemente al centro di polemiche continue: richieste di dimissioni da Francia e Germania per dichiarazioni ritenute antisemite, sanzioni americane dell’amministrazione Trump e attacchi da parte di Israele, che la accusa di faziosità. E come dimenticare, per tornare a vicende più autoctone, il suo intervento nel novembre 2025, quando definì l’assalto alla sede de La Stampa a Torino un “monito” per i giornalisti italiani?

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L’episodio di ieri dunque non è isolato. Albanese è una funzionaria ideologizzata che usa l’autorità ONU per una narrazione a senso unico, senza mai confrontarsi con dati israeliani o con il diritto di Tel Aviv di difendersi o, più banalmente, di esistere. Il balbettio di Ginevra ha riaperto il dibattito sul rigore dei relatori ONU: un esperto delle Nazioni Unite deve basarsi su prove verificabili, non su “informazioni fornite da…”. I detrattori ironizzano: se nemmeno lei sa citare prontamente i suoi riferimenti, come può pretendere che il Consiglio per i diritti umani le accetti come oro colato?

Alessandro Bonelli

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