Sono due anni dal 7 Ottobre, una data fondamentale nella storia d’Occidente, tanto quanto l’11 Settembre. Anche in quel giorno del 2023, ci svegliammo fra lo stupore e il raccapriccio assistendo all’ultra-violenza dei terroristi islamici. Se eravamo quasi assuefatti dal conflitto intermittente fra Israele e Gaza, durato quasi ininterrottamente dal ritiro israeliano del 2005 da quel territorio, il 7 ottobre 2023 abbiamo assistito a qualcosa di completamente diverso.
Un pogrom documentato dagli stessi autori
I tagliagole di Hamas e della Jihad Islamica erano entrati in Israele. Sparavano ai civili che incontravano. Sparavano ai ragazzi che partecipavano a un rave, dopo essere letteralmente piombati loro in testa con i deltaplani. Entravano nei kibbutz e nei villaggi di frontiera, dove trovavano famiglie ancora a letto, all’alba di un giorno di festa ebraica: li torturavano e uccidevano tutti, animali domestici compresi.
Questa ondata di massiccia violenza ha portato all’uccisione di quasi 1.200 israeliani, una minoranza erano soldati schierati al confine, gli altri erano donne, vecchi, bambini, ragazzi e ragazze, non solo ebrei, ma anche musulmani che avevano la sventura di trovarsi sulla strada di Hamas. Altri 250 sfortunati venivano catturati vivi e trascinati nelle prigioni segrete di Gaza, non solo nei tunnel e nei bunker dei terroristi, ma anche carceri domestiche gestite da “civili palestinesi”, fra cui medici, insegnanti e giornalisti complici di Hamas.
Gli ostaggi hanno obbligato Israele all’intervento militare. Non solo un intervento aereo, come nei precedenti conflitti con i terroristi, ma anche di terra, per poter liberare gli israeliani ancora vivi o recuperare i loro corpi. Ed è qui che si è innestato il diabolico meccanismo voluto da Hamas, trincerato nelle strade e nei tunnel di Gaza, con un’intera popolazione usata come scudo umano.
Questo pogrom, il più grande subito dagli ebrei e il primo in terra di Israele, è stato ampiamente documentato da chi lo ha commesso. Sono i terroristi stessi che hanno filmato i loro crimini e li hanno diffuso sul web per celebrare le loro gesta. È letteralmente innegabile. Eppure…
La rimozione collettiva
Eppure, nei due anni successivi abbiamo assistito a un grande fenomeno di rimozione collettiva, internazionale e istituzionalizzata. Non appena Israele aveva iniziato a rispondere, bombardando le case in cui si trovavano i quadri e i dirigenti di Hamas, Al Jazeera e tutti i media internazionali al seguito hanno subito parlato di “uccisioni indiscriminate” di civili palestinesi. Un giornale militante di sinistra israeliano, subito rilanciato da tutti i media, ha anche condotto la sua “inchiesta” intervistando “ufficiali anonimi” per dimostrare che l’uso dell’Intelligenza Artificiale da parte dell’Idf stava portando a uccidere civili in modo indiscriminato.
Dopo appena due settimane, c’era già il primo scandalo: il bombardamento di un ospedale di Gaza, 500 morti in un colpo solo. Non era vero: i morti non erano nemmeno 50 e il missile era stato lanciato per errore dalla Jihad Islamica. Ma ormai aveva fatto presa la prima notizia, la notizia come sempre viene ignorata.
L’accusa di genocidio
Questo era solo un antipasto del meccanismo di rimozione collettiva del 7 Ottobre e delle cause della guerra. Ora Israele è accusata di “genocidio”, anche se una condanna non c’è. Né è possibile che vi sia: a Gaza l’Idf sta combattendo una guerra urbana contro un gruppo terrorista. I civili morti sono presi nel tiro incrociato, spesso esposti deliberatamente al pericolo da Hamas che specula sulle vittime civili per colpire una suggestionabile opinione pubblica occidentale. In ogni caso di guerra si tratta, non di genocidio. Un genocidio avrebbe caratteristiche molto diverse.
Ad attestare il crimine di genocidio viene citata la causa intentata dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma non c’è una condanna da parte dello stesso tribunale internazionale. C’è un mandato di cattura per Netanyahu, spiccato dalla Corte Penale Internazionale, ma non si è ancora celebrato il processo. Accusare Israele di “genocidio”, oggi, basandosi sulla giustizia internazionale, sarebbe come accusare una persona di omicidio dopo che ha ricevuto un avviso di garanzia.
Rapporti inaffidabili
Poi ci sono i rapporti degli “esperti” e degli “umanitari”, a partire da quelli dell’Onu, come Francesca Albanese, special rapporteur dei Territori Occupati per le Nazioni Unite e la Commissione di indagine guidata da Navi Pillay, sempre targata Onu. Poi dalle organizzazioni non governative, dalla più celebre Amnesty International allo sconosciuto (finora) Iags.
Ma quando li vai a leggere, questi rapporti, non puoi che constatare quanto siano viziati. Partono dalla conclusione: accusano subito Israele di genocidio, poi si sforzano a trovare prove… che non trovano. Se si conoscono i resoconti di come si è giunti alla pubblicazione di quei rapporti, inoltre, si trovano: decisioni a porte chiuse, ricercatori/militanti che impongono la linea, influenze politiche forti e soldi dei Paesi arabi. Però quei pareri di “esperti” hanno ormai creato un intero ecosistema informativo in cui il genocidio israeliano è diventata una tesi a cui non puoi opporti.
I precedenti
In questo ecosistema sguazzano, ovviamente, intellettuali e giornalisti che non fanno altro che trovare conferme di idee che avevano già. Per quanto riguarda i media, le accuse a Israele di “genocidio” non sono una novità: era la stessa condanna spiccata dai giornalisti ai tempi della guerra in Libano del 1982, soprattutto dopo il massacro dei campi profughi di Sabra e Chatila, commesso da Falangisti libanesi e non da militari israeliani, ma di cui Israele fu accusato di complicità passiva. E si ritrovano le stesse accuse di genocidio anche durante la Seconda Intifada, dal 2000 al 2005, quando Israele conduceva una guerra contro i terroristi suicidi che ogni settimana provocavano stragi nelle città israeliane.
Negazionismo indiretto
Nello stesso gioco cascano anche intellettuali ebrei. Come lo scrittore israeliano David Grossman che, ben imbeccato dal quotidiano La Repubblica, “ammette” che Israele sta compiendo un “genocidio”. E altri storici, come Anna Foa (“Il suicidio di Israele”) e Ilan Pappe (“La fine di Israele”), iniziano a negare la legittimità stessa dello Stato ebraico, reo di un crimine inaccettabile.
Di fronte a questo bombardamento cognitivo, quotidiano, assordante, che fine ha fatto il 7 Ottobre? Sparito. Si è compiuto un negazionismo indiretto. Non sono ancora molti quelli che negano direttamente il crimine di Hamas. Ma quasi tutti, ormai, ritengono che i 1.200 morti del pogrom siano un niente di fronte al “genocidio” che Israele starebbe compiendo a Gaza.
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Hamas rapisce i civili


