Giustizia

Quando la giustizia diventa spettacolo: l’ipocrisia delle femministe “vip” contro Nordio

Tra slogan e simboli, la logica svanisce e la riforma perde di importanza

Nordio riforma
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C’è qualcosa di profondamente rivelatore — più ancora che discutibile — nell’appello delle oltre 1.700 firmatarie contro la riforma Nordio. Non tanto per il merito delle critiche, che in una democrazia sono sempre legittime, quanto per il modo in cui queste vengono confezionate: una narrazione ideologica travestita da battaglia civile, in cui tutto diventa tutto e niente.

Il punto di partenza è già curioso: un referendum sulla giustizia trasformato in una questione di femminismo. Come se la struttura del Csm, la separazione delle carriere o l’equilibrio tra poteri dello Stato fossero improvvisamente diventati strumenti diretti di emancipazione o oppressione di genere.

È un salto logico notevole, che richiederebbe argomentazioni solide. Invece si procede per suggestioni: se si indebolisce l’autonomia della magistratura, allora si indebolisce la tutela dei diritti; se si indebolisce la tutela dei diritti, allora a farne le spese saranno le donne. Fine del ragionamento. Una catena causale tanto illogica quanto arbitraria.

Il problema non è essere contrari alla riforma — posizione più che rispettabile — ma sostenere che votare “No” sia intrinsecamente una scelta femminista. Qui si abbandona il terreno del confronto giuridico per entrare in quello dell’etichettatura morale: da una parte chi difende le donne, dall’altra, implicitamente, chi le mette a rischio. È un meccanismo retorico ben noto: non si discute più nel merito, si stabilisce aprioristicamente chi è “dalla parte giusta”.

E infatti, puntualmente, il referendum scompare. Al suo posto compare un racconto epico: la Costituzione sotto attacco, l’equilibrio dei poteri minacciato, una destra descritta come animata da una vaga ma inquietante “volontà di potere assoluto”. Tutto molto solenne, tutto molto grave — eppure tutto sorprendentemente scollegato dai dettagli concreti della riforma.

Il manifesto — promosso da Carla Bassu, Teresa Manente, Concetta Gentili, Fabrizia Giuliani, Maria Monteleone ed Elvira Reale, e sottoscritto, tra le altre, da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Dacia Maraini, Francesca Comencini, Marisa Laurito, Francesca Archibugi, Angela Finocchiaro, Alessandra Kustermann, Giorgia Serughetti, Elisa Ercoli, Livia Turco e Anna Finocchiaro — ambisce a parlare a nome di un fronte ampio e autorevole. Ma proprio questa autorevolezza dichiarata rende ancora più evidente la fragilità dell’impianto argomentativo: molti nomi, molte firme, pochi contenuti.

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La separazione del Csm in due organi viene presentata come una sorta di attentato all’indipendenza della magistratura. Ma si evita accuratamente di spiegare perché un sistema già adottato in molte democrazie occidentali dovrebbe improvvisamente diventare, in Italia, un cavallo di Troia autoritario. Si preferisce evocare scenari, non dimostrarli.

E poi c’è il cortocircuito più interessante: l’idea che l’indipendenza della magistratura sia una sorta di monolite indivisibile, che qualsiasi modifica renderebbe automaticamente più fragile. È una visione quasi sacrale dell’assetto attuale, come se fosse l’unico possibile e non il risultato, anch’esso, di scelte storiche e politiche. In altre parole: si difende lo status quo non perché sia perfetto, ma perché cambiarlo è di per sé sospetto.

Il femminismo, in questo quadro, diventa uno strumento retorico. Non un’analisi dei reali effetti della riforma sulle donne — che richiederebbe perlomeno dati, esempi, casi concreti — ma un’etichetta da appiccicare a una posizione per rafforzarla simbolicamente. È un uso inflazionato e, alla lunga, controproducente: se tutto è femminista, allora niente lo è davvero.

Il risultato finale è un appello che suona più come una dichiarazione di appartenenza che come un contributo al dibattito pubblico. Non si cerca di convincere chi è indeciso; si parla a chi è già d’accordo. Non si chiarisce il merito; si alza il tono.

E così un referendum sulla giustizia finisce per essere inghiottito da una logica più ampia: quella dello scontro identitario permanente, dove ogni tema viene piegato a simbolo e ogni scelta diventa una prova di fedeltà. Il rischio, a quel punto, non è tanto una riforma sbagliata o giusta, ma l’impossibilità stessa di valutarla per ciò che effettivamente è.

Perché quando le categorie politiche diventano sistematicamente slogan e gli argomenti si riducono a riflessi ideologici, il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di confronto e si riduce a una sorta di rituale. E nei rituali, si sa, non si discute di idee o proposte, ci si limita a interpretare una parte.

Salvatore di Bartolo, 19 marzo 2026

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