Società

Quando la società premia i peggiori

Nelle “Rane”, scritto quasi 2500 anni fa, il poeta ateniese denunciava una città che aveva smesso di valorizzare i cittadini migliori

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Per riprendere il discorso sulle persone di valore e sulla centralità che la nostra società conferisce a modelli poco virtuosi, vi è un esempio letterario di immenso valore. A esporsi in tal senso è Aristofane, nelle sue “Rane”, celeberrima commedia del 405 a.C. Quasi 2500 anni fa, è vero, ma le parole del poeta ateniese ci parlano ancora oggi e riecheggiano nell’eternità. “Le Rane” vengono scritte mentre Atene è sul punto di capitolare nella Guerra del Peloponneso. Il fine del poeta è proprio quello di dare consigli per salvare la città. A questo proposito, uno dei passaggi più forti della commedia ce lo regala l’autore stesso nell’“antepirrema” della parabasi, la quale è la sezione della commedia in cui si disvela il fine politico ed etico dell’opera.

È qui che Aristofane, attraverso le sue parole, si rivolge direttamente a noi. Alle nostre civiltà corrotte, ignoranti, vuote, che si sono dimenticate di come, per salvare una civiltà alla deriva, ci si debba servire dei “migliori”. Il poeta spiega, con una metafora geniale, che nei confronti dei buoni cittadini la città si comporta come con la moneta antica e con quella nuova: “I pezzi non falsificati, quelli migliori tra tutti, noi non li usiamo, e preferiamo questa robaccia di bronzo”.

Prosegue allora il filosofo, evidenziando proprio come, anche tra i cittadini, vengano scartati “quelli che conosciamo per nobili, saggi, giusti, educati nelle palestre, alla danza, alla musica”, e ci si avvalga invece “delle facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori”.

Aristofane invita allora, come precetto definitivo, a ritornare a mettere al centro della “pòlis” le persone “utili”. È esattamente ciò di cui abbiamo bisogno noi, nel nostro tempo. I modelli da seguire, oggi, sono diventate le persone che fanno successo senza sacrificio e che presentano l’ignoranza come “forza” e motivo di vanto. Una vera follia.

Per Aristofane è imprescindibile un ritorno alla tradizione, che sia contrapposto alle ideologie che hanno permesso l’affermazione di individui estranei al comune patrimonio culturale. Sempre che oggi, in Italia, vi sia ancora un substrato di cultura e valori.

Per una questione di onestà filologica, va detto che si riferiva, oltre alle derive e alle discordie degli Ateniesi, anche e soprattutto alla corruzione dei demagoghi stranieri e al fatto che fosse stata concessa la cittadinanza agli schiavi che avevano combattuto, arruolati, nella battaglia delle Arginuse, in cui Atene ottenne un’importante vittoria navale. Il tutto mentre alcuni tra gli uomini ateniesi “migliori” erano stati privati dei diritti politici e civili, se non proprio esiliati.

Anche questa considerazione “etnica” di Aristofane fornisce spunti attuali molto pregnanti. Ad esempio, il fatto che sia un errore, come la sinistra voleva fare al referendum del 2025, facilitare sempre di più l’ottenimento della cittadinanza.

Non si tratta di essere razzisti o populisti, come qualcuno spesso, purtroppo, allude. La cittadinanza italiana deve essere un premio e, soprattutto, deve presupporre il fatto che vi sia un’adesione culturale e umana al nostro Paese. È una questione di reale integrazione, affinché vi sia un modello virtuoso ed efficace di inclusività.

L’Impero Romano è stato uno dei più grandi e longevi di sempre perché la concessione della cittadinanza ha sempre implicato il fatto che essa fosse vista come un premio meritocratico e non come un diritto naturale. Così, quasi 2500 anni dopo, ci ritroviamo in una situazione molto simile a quella descritta dall’ormai “nostro” Aristofane.

Flavio Maria Coticoni, 3 settembre 2026

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