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Quando l’avversario è visto come inferiore e infame - Terza parte

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La ‘ società aperta’ comporta la libertà di giudicare discutibile e persino scandalosa una sentenza del Tribunale proprio come un qualsiasi atto del governo o decisione di un’autorità amministrativa, accademica, militare. Spiegare un comportamento del potere significa stabilire legami di causa ed effetto e questi si fondano su ipotesi, su congetture, su analogie, su probabilità il cui statuto logico non può essere mai quello delle scienze esatte. Se il nesso causale è fallace lo diranno i fatti, le opinioni che se ne fa la gente e che i giornali registrano puntualmente.

La logica inquisitoria e manichea, che da tempo segna la nostra political culture non si rassegna alla libertà d’interpretazione senza la quale la libertà di espressione è «fumo in aere od in acqua la schiuma».

Quando ci sono interpreti autorizzati dei fatti in virtù della loro posizione istituzionale, si finisce per affidare ad essi anche la competenza in fatto di interpretazione storica. Il divieto di dare del fascista a un magistrato rientra nella stessa logica che gli dà il diritto di condannare a pene severissime lo storico negazionista. Né all’articolista che lo critica né allo storico — che, sulla base di argomentazioni sicuramente discutibili, crede di dimostrare che i campi di sterminio furono un’invenzione dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale – viene riconosciuta la libertà di pensare quel che si vuole e di farla conoscere al pubblico dei lettori – di libri o di giornali.

L’ideale resta quello delle società teocratiche in cui i detentori dell’autorità non solo governano i popoli ma fissano le ‘verità di Stato’ per le vicende del passato cariche di simbolismi ed elevano a dogma l’assoluta imparzialità del giudice che indaga sui reati commessi dai cittadini. In virtù di questa logica perversa, parlare di ‘ giustizia a orologeria’ o meravigliarsi del fatto che in meno di un anno su un leader politico siano piovuti più di settecento capi d’imputazione, può esporre a condanne pesanti e alla perdita dei propri beni. Se questa non è ‘ democrazia giudiziaria’, cos’altro è?

Dino Cofrancesco, Il Dubbio 16 marzo 2019