Ogni qualvolta si torna a parlare di stragi, quasi sempre in concomitanza con un anniversario da celebrare, sia esso il 23 maggio o il 19 luglio, l’ipocrisia e la sistematica esaltazione della menzogna la fanno da padrone.
Si onorano, com’è sacrosanto che sia, il sacrificio e l’umano eroismo di due autentici e fedeli servitori dello Stato, ma si tende sempre a soprassedere sulle reali cause che determinarono il “martirio necessario” dei due giudici siciliani. Perché Paolo e Giovanni, si sa, vanno amati, onorati e glorificati, ancora meglio se eretti a vessilli da sventolare orgogliosamente in nome della legalità e della lotta al malaffare, ma guai a fare veramente chiarezza sulle oscure vicende che più di trent’anni or sono squassarono le fondamenta del Paese e strapparono brutalmente la vita ad essi e agli uomini e alle donne a loro vicini.
È consentito il commosso ricordo, il solenne encomio e l’imperitura gloria, ma mai la ricerca della verità. Perchè la verità vera, intorno alle stragi del ’92, è un demone che non può e non deve venire fuori. Perché è proprio sulle mezze verità e sulle più becere menzogne che si erge l’attuale ordine democratico costituitosi dopo il rovinoso crollo della Prima Repubblica e il susseguirsi di azioni destabilizzanti, tra cui le stesse stragi, messe a punto al fine di favorire un epocale e repentino mutamento negli equilibri interni di un Paese sovrano, da perseguire necessariamente dopo la dissoluzione del regime comunista sovietico, nei cui confronti l’Italia aveva fino ad allora rappresentato un argine, e la definitiva archiviazione della logica dei due blocchi.
Il resto è storia nota, intrisa di proni e puntuali accomodamenti, dilaganti ipocrisie, artefatte bugie e compromessi di comodo, che ci consentono di mantenere viva la memoria, a patto di non inseguire mai la verità.
Salvatore Di Bartolo, 19 luglio 2025
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