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Quei progressisti nemici dell’Occidente che odiano il Natale

Che ne è del Natale in tempi di anticristianesimo diffuso? Quando l’Occidente, che da questa religione è stato plasmato, è preso da un inspiegabile “senso di colpa” e ha vergogna e paura della propria storia? La quale, pur travagliata e mossa da mille contraddizioni, è l’unica che è approdata ad un esito di libertà per la propria gente. Quell’esito, in verità, era scritto già nella sua origine cristiana e il Dio fattosi uomo che oggi celebriamo sta lì proprio a ricordarcelo: a ricordarci che se voltiamo le spalle a Lui, e alla tradizione che sul suo insegnamento si è costruita, non facciamo altro che tagliare le gambe alla sedia su cui siamo seduti.

Saremo in grado di ascoltarlo? Tutto lascia presumere il contrario, e ciò aviene per la forza odierna di movimenti esterni all’Occidente ma anche per il saldarsi di essi con le varie forme di antioccidentalismo progressista che hanno da sempre accompagnato, in età moderna, la nostra storia (e che in qualche modo attestano e contrario che essa è stata una “storia di libertà”). Si ha quasi paura a pronunciare il nome del Natale, e negli auguri si parla sempre più spesso di generiche “festività”. I simboli della festa, l’albero e il presepe, sono edulcorati o nascosti, si dice “per non offendere” le diverse sensibilità culturali e religiose (cosa che, qualora fosse per assurdo vera, non si capisce perché non dovrebbe valere anche al contrario per l’ostentazione ad esempio di burqua e veli da parte dgli islamici nelle nostre strade). Non è raro vedere così presepi “politicamente corretti”, ove sono rappresentate tutte le minoranze possibili e il “dolce Natale” di sottofondo è sostituito dalle note di “Bella ciao”.

E che dire poi dei cibi della tradizione, che è oggi d’uso rivedere e correggere secondo i dettami del dieteticamente corretto e dell’ecologicamente sostenibile? ll mistero tragico del Dio che si è fatto uomo per redimerci dai nostri mali viene fatto affogare in un generico umanitarismo, in un ipocrita “vogliamoci tutti bene” che spesso non è corrisposto da chi ne è destinatario. Ci indigniamo giustamente per ogni violazione dei “diritti umani” e per l’ “offesa” ad ogni minoranza culturale, anche la più intollerante, ma taciamo e affoghiamo nell’indifferenza assoluta il fatto più rilevante di questi tempi: la persecuzione e lo sterminio nei paesi non cristiani di comunità cristiane secolari. In barba a chi ha lottato per testimoniare in Cina il messaggio cristiano in un regime ateistico di Stato, firmiamo un accordo che li sconfessa e accetta tutti i diktat del governo illiberale di Pechino. Più in generale la Chiesa cattolica, che sull’insegnamento di Cristo ha posto le proprie fondamenta, sempre più sembra trasformarsi in una agenzia etica umanitaristica, un po’ come quelle dell’ONU e anche con tutti loro limiti e difetti.

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