Quei sussurri in Vaticano: ”Francesco morì in ascensore”

Ad ogni morte di Papa si moltiplicano i retroscena. E nei corridoi vaticani, sulla morte di Bergoglio, ne circolano parecchi

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Papa Francesco Vaticano cardinali

La versione di Santa Marta. Ad ogni morte di Papa, si moltiplicano i retroscena: silenzi, cenni criptici, suggestioni in porpora. Si narra di Spiriti Santi discesi a ispirare conclavi, di cardinali raccolti in preghiera, mentre il Soffio – come sempre – arriva da dove nessuno l’attendeva. Ma nei corridoi vaticani, tra l’ultimo respiro e la fumata bianca, si apre spesso un interregno grigio, fatto di attese, manovre e omissioni. È lì che si gioca il potere vero. È lì che anche la morte, come il voto, si veste di politica. Ci sono pontefici che si spengono tra candele e salmi, nel proprio letto, circondati da suore, confessori e cardinali. E poi ci sono quelli che esalano l’ultimo respiro altrove, in una corsa vana verso l’ospedale. È quello che sembra sia accaduto a Papa Francesco. Una fine priva di rituali, senza testimoni ufficiali, senza incredibilmente il sacramento dell’estrema unzione. E soprattutto, sine veritate. Almeno fino a quando tutto è stato diligentemente sistemato.

La versione ufficiale riferisce che Francesco è spirato alle ore 7:35 del 21 aprile 2025, nella sua stanza a Santa Marta. Ma da quelle stanze – oggi in smantellamento e con il segretario di Bergoglio già spedito con le valigie in mano verso la Domus Romana Sacerdotalis – in via Transpontina– iniziano a filtrare narrazioni differenti. La crisi si sarebbe manifestata prima dell’alba, con un peggioramento rapido e irreversibile. L’infermiere personale di Bergoglio, Massimiliano Strappetti, avrebbe cercato invano di condurlo al Gemelli. “Il Papa non deve morire”, pare ripetesse come una litania. Poi, il nulla. Tra il secondo piano e il piano terra, in carrozzina nell’ascensore di Santa Marta, Francesco muore.

Il corpo con il volto e le mani raggrinzite, forse dal dolore, riportato con discrezione nella stanza papale, è stato ricomposto. Mani incrociate, fronte serena. O almeno così doveva apparire. La tanatoprassi – il trattamento per la conservazione temporanea della salma – ha fatto il resto. L’annuncio ufficiale verrà dato solo due ore più tardi, alle 9:47, con voce solenne del Camerlengo, il cardinale Kevin Farrell, affiancato da Parolin, Peña Parra e monsignor Ravelli. Ma in quelle due ore, la ‘scena’ era già stata, come si suol dire, “messa in sicurezza”.

Strappetti, da infermiere a cerimoniere ombra, si ritrova l’unico filtro tra Francesco e il mondo. L’uomo che aveva lentamente allontanato i medici ufficiali, ora diventa custode delle spoglie di Francesco e degli ultimi segreti. Accanto a lui, quella mattina, compare l’ineffabile Stefano De Santis, commissario della Gendarmeria Vaticana implacabile accusatore sul caso Becciu. Uomo-ombra delle stanze pontificie, gestore della sicurezza e degli accessi. I due, in quelle ore, controllano tutto e tutti.

E qui si apre il secondo atto: quello delle ultime volontà del Santo Padre. Nei mesi precedenti, mentre la salute si affievoliva visibilmente, dal secondo piano di Santa Marta continuavano a uscire nomine, revoche e decisioni sorprendenti. Il vescovo cubano García Ibáñez, pare molto vicino a regimi di dubbia ortodossia, viene promosso davanti al disappunto delle comunità locali. Il cardinale Kasujja viene ‘elevato’ in forma quasi onorifica come segnale verso la diplomazia africana. Interi episcopati, come quello tedesco, vengono in pratica delegittimati. Tutto questo accadeva mentre Francesco era sempre meno presente in pubblico, più fragile.

Infine, il colpo di scena. Siamo al terzo giorno delle Congregazioni generali, prima del Conclave: nei corridoi si parla solo del caso Becciu. Ai cardinali viene mostrato, brevi manu, un foglio dattiloscritto, in puro stile da leguleo: tre pagine, senza intestazione, nessun protocollo. Solo una lettera in calce: “F”. Vi si legge che Papa Francesco, in forma riservata, ha escluso il cardinale Becciu dal Conclave. Nessun atto canonico, nessuna firma autografa. Becciu si ritira in silenzio e, forse, Prevost lo ricompensa con una delle sue prime udienze.

Come per Giovanni Paolo II, così anche per Francesco la morte è stata gestita da pochi e, probabilmente nel tempo necessario a ‘riordinare’ i dossier.

Pure Wojtyla, nel suo tramonto, firmò nomine discusse: elevò il suo segretario Stanisław Dziwisz a vescovo, preparò l’ascesa di Marc Ouellet nella Curia, canonizzò rapidamente Josemaría Escrivá, blindando l’Opus Dei. Il Santo di Wadowice fu dichiarato morto alle 21:37 del 2 aprile 2005: quel giorno, gli sono state attribuite un’altra carrellata di nomine episcopali. Ma molti raccontano che è spirato almeno un’ora prima. Anche lì, il tempo della morte fu sospeso per mettere ordine.

  1. continua….

Luigi Bisignani, Il Tempo, 1° giugno 2025

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