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Quel concerto di Guccini con Lotta Continua. Era troppo e me ne andai

Mi chiedevo cosa ci trovassero in quella sua voce da birraio comunista. Impastata, priva di espressione, monotona

Francesco Guccini
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Premetto col dire che io di locomotive e nonni ecologici nulla so, anche se hippyate come la gucciniana Per fare un uomo la cantava Caterina Caselli, che non era per nulla un’artista “impegnata”. Venni a sapere che c’era un cantautore già famoso o che tale doveva diventare perché così era stato deciso nelle segrete latebre quando l’Equipe 84 intonò Auschwitz. Che cosa c’entrasse il quartetto capeggiato da Maurizio Vandelli con l’Olocausto non si seppe mai, tanto era lontano il tema dai suoi orizzonti consueti. Per giunta, che i nazisti avessero perseguitato gli ebrei era noto, sì, ma la cosa non era ancora diventata un topos letterario e cinematografico.

Cominciava allora, e dagli Usa arrivavano melodie corali come Let my people go (“lascia andare il mio popolo” diceva Mosè al faraone), mentre in Europa teneva banco Salvatore Adamo con Inch’Allah e da noi l’eterno Gianni Morandi con Israel. Quando scoppiò il caso dell’austriaco Kurt Waldheim, che dovette dimettersi da segretario dell’Onu perché qualcuno aveva fatto circolare una sua foto di guerra in divisa tedesca, fu Giorgio Bocca, giornalista di sinistra, a sospettare lo zampino del Mossad, che a quel tempo cercava di importare ebrei russi contrattando con l’Urss per rimpinguare demograficamente un Israele sempre in guerra. Quando poi i famosi Colonnelli presero il potere in Grecia, il sistema della propaganda, fatto tesoro della lezione, capì che i cantanti popolari erano una risorsa, e fu così che i nostri vari Al Bano e Iva Zanicchi si misero d’”impegno” (è il caso di dirlo) con i brani di Mikis Tehodorakis, musicista di sinistra balzato alla ribalta con la colonna sonora di Zorba il greco (pompatissimo film con Anthony Quinn e Irene Papas), che fece ballare in diretta il sirtaki perfino a Rita Pavone.

Va detto che, quantunque greca, Irene Papas tenne basso profilo sulla politica, così come i compaesani Aphrodite’s Child. Invece l’attrice di seconda fila Melina Mercouri balzò alla prima come suffragetta anti-regime. Caduto questo, lo seguì nel dimenticatoio. Intanto, con Ragazzo che sorridi e Un fiume amaro, il folk greco (di sinistra) entrò nelle nostre case insieme al ballo “liscio” di Raul Casadei & La Sua Orchestra-Spettacolo. Romagna mia divenne un cult, e indovinate come mai.

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Ricordo il mio fratello minore, appassionato di chitarra, che inorridiva a vedere il Casadei strimpellare quella roba con una costosissima Fender Stratocaster, la Rolls Royce delle chitarre elettriche. Guccini fece uno-due con Dio è morto, lanciata dai Nomadi. Era un inno anticapitalista, ma la parola “Dio” in una canzonetta fece tremare la Rai democristiana, mentre RadioVaticana la trasmetteva tranquillamente. Va dato atto a Guccini di aver dato importanza al testo, nelle canzoni, mentre in Italia tutti gli altri avevano un solo tema fisso: l’amore.

Quantunque già da un pezzo i rockettari inglesi e americani avessero cura di produrre testi significativi e poetici (Dylan, Donovan, perfino i Rolling Stones), i discografari italiani non sentivano storie: struggimenti, flirt, gelosie, ti amo e via sbrodolando. Be’, almeno erano etero. Insomma, Guccini non ci metteva molto a spiccare nel panorama. Tuttavia, mi chiedevo cosa ci trovassero in quella sua voce da birraio comunista. Impastata, priva di espressione, monotona. Cercando di penetrare il segreto del suo successo andai a sentirlo. Ero fresco di conversione e laurea, ma anche temerario perché l’esibizione di Guccini era organizzata da Lotta Continua, cui il Comune aveva messo a disposizione una prestigiosa ex abbazia cittadina adibita ad auditorium. Nella sala, tutti stravaccati ovunque c’era spazio, mentre lui, al centro e in piedi, si esibiva accompagnandosi con la sola chitarra. Fu quando intonò una sua composizione mezzo cantata e mezzo parlata che prendeva per i fondelli Dio e la Creazione, tra le risate degli astanti decisi che era troppo e me ne andai.

Rino Cammilleri, 7 agosto 2026

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