Caffè avvelenato

Quella telefonata accesa ricevuta da Netanyahu

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

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Qui al bar siamo rimasti un po’ interdetti per l’incidente della Domenica delle Palme in Israele: sappiamo che, all’inizio della guerra contro l’Iran, un missile nemico è caduto in un punto molto vicino alla Chiesa del Santo sepolcro e ai luoghi sacri, per i quali si era resa necessaria una limitazione degli assembramenti. Giusta la libertà di culto, sacrosanta l’esigenza di non offrire agli ayatollah dei bersagli umani.

Qui al bar abbiamo anche letto l’articolo di Bruno Dardani su Nicolaporro.it e le esagerazioni che probabilmente hanno portato la notizia su tutti i siti del mondo. Tuttavia il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca della Chiesa latina, e il Custode di Terra Santa, monsignor Francesco Ielpo, non chiedevano però di celebrare una messa con centinaia di fedeli assiepati; volevano accedere da soli nella chiesa e officiare un rito in forma privata. Almeno per tradizione. Per testimonianza. Per la serie: se la loro volontà era suicidarsi, erano ben consapevoli del rischio che correvano; e non risulta, d’altronde, che agli iraniani interessi granché bersagliare uno dei luoghi più sacri alla cristianità sul pianeta, con dentro due alti prelati.

Peraltro, ieri, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato un “piano” per garantire le celebrazioni durante la Settimana santa. Evidentemente, allora, qualcosa si può fare. Perché non pensarci prima?

Le perplessità su Bibi non sono appannaggio dei palestinesi che invocano la scomparsa degli ebrei. Il vicepresidente americano, JD Vance, è reduce da quella che diversi media hanno ricostruito come una telefonata piuttosto accesa con Netanyahu: al premier israeliano, il numero due della Casa Bianca avrebbe rimproverato le violenze dei coloni in Cisgiordania e il tentativo (riuscito) di trascinare Donald Trump dentro una guerra che era stata presentata come un blitz e che, invece, rischia di trasformarsi in un pantano. Certo, il presidente americano poteva rifletterci un po’ di più. Ma quando si ascolta dalla bocca stessa di Bibi il progetto di trasformare Israele in un hub energetico globale, sostituendo Hormuz, ci si domanda quanto, nel conflitto da lui orchestrato, ci sia del comprensibile desiderio di Tel Aviv di chiudere i conti con nemici che ne vogliono l’annientamento, e quanto del vecchio pallino espansionista della destra radicale israeliana, che poco c’entra con il diritto a esistere dello Stato ebraico.

Magari, questa ambiguità non contribuisce a suscitare simpatia per la causa degli israeliani. Magari. A noi che non conosciamo il mondo oltre una tazzina di caffè, i deliri di onnipotenza fanno sempre paura.

Il Barista, 30 marzo 2026

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