Una domenica di dicembre di un po’ di tempo fa la tivù dei vescovi trasmise in prima serata il film A royal weekend del 2012. Era indicato come «biografico», ma in realtà è solo una commedia a tratti grottesca. Parla della preparazione della visita di stato della coppia reale inglese al presidente americano Roosevelt. Essendo la prima volta nella storia che i reali britannici mettono piede negli Usa, il presidente è comprensibilmente in apprensione. Per confortarlo come solo una donna potrebbe fare scende in campo una sua giovane cugina; alla faccia della first lady Eleanor, in seguito diventata, chissà perché, icona femminista. Una scena, imbarazzante, mostra l’auto del presidente che traballa ritmicamente durante il «conforto» fornito dalla bella parente.
Avendo già visto il film non ho controllato se Sat2000 ha tagliato la scena anzidetta. Se non l’ha fatto, ha la mia comprensione: non deve essere facile, di questi tempi, trovare film che rispettino – o almeno non offendano – i canoni cattolici e che non siano vecchi di almeno settant’anni. Tornando al film, il protagonista, Bill Murray, non è affatto somigliante al rappresentato, però è bravo. Irlandese e cattolico. Il già «Acchiappafantasmi» mi stupì quando, in un’intervista, dichiarò sornione di preferire la messa in latino e i canti in gregoriano. Ma non chiarì, da buon attore, se la sua era una posizione estetica o altro. Per quanto riguarda Franklin Delano Roosevelt, per gli americani è un mito più di John Fitzgerald Kennedy, perciò anche a lui hanno risparmiato la «gogna Lewinsky» per le sue scappatelle erotiche. Anzi, lo hanno pure eletto, caso unico nella storia Usa, quattro volte (poi la cosa fu comprensibilmente vietata oltre le due).
Come abbia trascinato gli statunitensi, restii, in guerra ormai lo sanno tutti. Come abbia cercato di imitare la grande ripresa economica che le dittature europee stavano effettuando con successo è pure noto (anche se il celebrato New Deal non decollò mai realmente: le dittature non hanno gli impacci delle democrazie, nelle quali ogni decisione deve essere lungamente dibattuta e magari approvata quando è ormai tardi). Il vero New Deal per gli Usa fu la guerra, che rilanciò alla grandissima le loro industrie. Dopo l’ennesima rielezione, vecchio, malato e in carrozzina, si fece portare a Yalta, dove il furbo Stalin ne ebbe facilmente ragione. Un’ultima notazione che forse i B(lack)L(ives)M(atter), la cui acculturazione è nota, non sanno. O, se la sanno, la tacciono per non dover sciogliersi, e non solo per l’imbarazzo.
Chi non volle stringere la mano al famoso e celebrato Jesse Owens, quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, non fu Hitler, come propaganda volle, ma Roosevelt. Lo stesso Owens, nelle sue memorie, lo ribadì più volte, ma nessuno gli diede retta. Anche questo è comprensibile: c’era la guerra e gli americani non combattono mai contro nemici qualunque, ma sempre contro «mostri». Perciò, Hitler era un mostro e Roosevelt un santo; Stalin, alleato, «mostro» lo divenne dopo, quando ormai era morto. La guerra tuttavia è finita da un po’, e adesso, teoricamente, come stanno le cose si può anche dire. E stanno così: il negro Owens, dopo la premiazione, si diresse verso lo spogliatoio. Hitler, sull’alta tribuna d’onore, si alzò in piedi e lo salutò con la mano. Gesto a cui Owens rispose. Tornato in patria e celebrato in un trionfo sulla Fifth Avenue, non venne invitato alla Casa Bianca perché Roosevelt, volendo farsi rieleggere, aveva bisogno dei voti del Sud, dove un democratico come lui non aveva molte chances. Ma questa verità storica, ripetuta più volte dallo stesso Owens, si potrà dire solo in angoli come questo, perché il woke è multiforme e, come l’Idra di Lerna, per ogni testa che le tagli ne spuntano due. E la questione razziale è un’arma ideologica che, se si spuntasse, un sacco di gente dovrebbe cercarsi un mestiere.
Rino Cammilleri, 12 agosto 2025
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