Rischia la pena di morte Elias Rodriguez, l’uomo incriminato per omicidio in relazione alla sparatoria che ha causato la morte di due membri dello staff dell’ambasciata israeliana. Almeno una delle accuse formulate dal Dipartimento di Giustizia – l’uso di un’arma da fuoco per commettere un omicidio – prevede la pena capitale. Si tratta della stessa accusa formulata contro Luigi Mangione, il presunto assassino del dirigente di UnitedHealthcare Brian Thompson. Rodriguez è anche accusato di omicidio di primo grado, omicidio di funzionari stranieri e uso di un’arma da fuoco durante un crimine violento.
Elias Rodriguez ha aperto il fuoco contro Yaron Lischinsky, 28 anni, diplomatico, e la sua compagna Sarah Milgrim, impiegata dell’ambasciata israeliana, nei pressi del museo ebraico situato nel centro di Washington. Residente a Chicago, il trentenne dopo aver sparato è entrato nel museo tentando di confondersi tra i presenti, fingendosi testimone della sparatoria. Una testimone, Katie Kalisher, ha raccontato di aver parlato con lui, riferendo che si mostrava agitato e che a un certo punto ha dichiarato: “L’ho fatto per Gaza. Palestina libera”, prima di essere fermato dalla polizia. Gli agenti, guidati dalle sue indicazioni, hanno successivamente recuperato l’arma utilizzata nell’attacco.
L’Fbi ha avviato un’indagine sul movente dell’aggressione, trattando l’episodio come un atto di matrice politica e antisemita. Il direttore dell’agenzia lo ha definito un “atto di terrorismo antisemita”. A seguito dell’attacco, le misure di sicurezza sono state intensificate in diverse località sensibili sia negli Stati Uniti che all’estero. Rodriguez, attivista da tempo impegnato in iniziative pro-Palestina, risiedeva nel quartiere di Albany Park, noto per la sua diversità etnica. All’interno della sua abitazione sono stati trovati materiali di carattere politico, tra cui due poster: uno relativo al caso di un bambino palestinese-americano ucciso a Chicago nel 2023, e un altro con lo slogan “Tikkun Olam significa Palestina libera”.
L’uomo, che in passato aveva fatto parte per un breve periodo del Partito per il Socialismo e la Liberazione, non era mai stato segnalato alle autorità prima dell’accaduto. L’Fbi sta inoltre analizzando un possibile manifesto pubblicato online, che potrebbe essere collegato all’autore dell’attacco. Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che l’aggressore ha agito da solo e che sarà perseguito con il massimo rigore previsto dalla legge. La Casa Bianca, tramite la portavoce Karoline Leavitt, ha ribadito la necessità di contrastare l’antisemitismo. Anche l’ex presidente Donald Trump ha condannato fermamente l’attacco, dichiarando che episodi di odio e radicalismo non devono avere spazio negli Stati Uniti.
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La reazione di Israele non si è fatta attendere: il governo di Bibi Netanyahu ha attribuito l’episodio a un clima di crescente ostilità nei confronti dello Stato ebraico. Il primo ministro ha collegato l’attentato a un aumento della retorica ostile verso il suo Paese, affermando che l’attacco sarebbe “il risultato dell’istigazione contro Israele”, attribuendo parte della responsabilità a leader occidentali. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha dichiarato che “l’attacco è la conseguenza di un incitamento globale contro Israele e contro gli ebrei, portato avanti anche da esponenti di diversi governi, in particolare europei”.
Siamo alla “caccia all’ebreo” con la scusa della guerra in Palestina. Perché né Yaron né Sarah sono direttamente responsabili della guerra in corso a Gaza, ma sono stati uccisi in quanto ebrei. E forse in quanto impiegati dell’ambasciata israeliana.
Il ministro per la Diaspora, Amichai Chikli, ha esplicitamente citato alcuni leader occidentali, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer e il collega canadese Mark Carney, accusandoli di non aver preso una posizione netta contro alcuni movimenti filo-palestinesi. La Francia ha risposto attraverso un portavoce del ministero degli Esteri, definendo “oltraggiose e ingiustificate” le dichiarazioni provenienti da Israele, ribadendo l’impegno del Paese nella lotta contro ogni forma di antisemitismo. Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha evitato commenti diretti sulle affermazioni israeliane, ma ha condannato l’attentato in un messaggio sui social, descrivendolo come un’espressione inaccettabile di antisemitismo. Anche il primo ministro canadese ha preso posizione, parlando di un “odio intollerabile”.
Netanyahu ha poi rilasciato un’ulteriore dichiarazione pubblica, nella quale ha ribadito che, secondo il governo israeliano, Hamas non punta alla creazione di uno Stato palestinese, ma alla distruzione di Israele. Ha inoltre affermato che Gaza, negli ultimi 18 anni, ha funzionato come “uno Stato palestinese de facto” e che da ciò non sarebbe derivata alcuna prospettiva di pace. Infine, il primo ministro ha fatto riferimento a un recente comunicato di Hamas, in cui l’organizzazione ringraziava alcuni leader occidentali per le loro prese di posizione: secondo Netanyahu, ciò evidenzierebbe un disallineamento tra alcuni governi e le reali dinamiche del conflitto in Medio Oriente.
Franco Lodige, 23 maggio 2025
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