Cultura, tv e spettacoli

Questo Festival di Venezia è una ca*ata pazzesca

Tra gli attori pro-Pal che sfilano alla festa del Cinema non una sola parola sugli ostaggi israeliani

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Si dice, si ripete che Israele è una democrazia vera, un’oasi democratica nell’integralismo mediorientale; e si portano ad esempio e giusto esempio, anche oggi, le trecentocinquantamila persone pubblicamente contro Netanyahu, l’autostrada Gerusalemme Tel Aviv bloccata: a dire che gli israeliani stessi si dimostrano, e possono farlo, più ragionanti, più dubbiosi di molti italiani “senza se e senza ma”. È vero, ma si omette di aggiungere l’ovvio corollario: se manifestano, se non ne possono più della guerra senza fine del premier, è segno che qualcosa non va o molto non va, segno che gli stessi cittadini di Israele, pure inclini ad una coesione, ad un fortissimo spirito identitario nato e cresciuto sull’accerchiamento, non ne possono più, che non si sentono più di avallare o tollerare quella che, con tutte le riserve possibili, con tutte le responsabilità di Hamas, a Gaza resta comunque mattanza.

Sì, Israele insegna anche il dissenso ma l’Italia dei ridicoli e degli spocchiosi non ne tiene conto e al Festival del Cinema fioriscono gli incredibili appelli per cacciare due attori di sensibilità israeliane o, come si dice, sioniste. Con accenti rozzi, spregevoli, degni di una Schlein non di gente che si considera consacrata alla cultura. Ma che di nuovo in un panorama artistico, cinematografico da sempre votato all’opportunismo militante, alla semplificazione firmaiola? In millecinquecento contro due: bella rogna tra i piedi del direttore Buttafuoco, “islamico liberale” che dice: io non chiudo, apro. Lui aprirà ma l’esercito dei censori, dei vili – 1500 contro 2 – non lo ascolta e mette in scena questa gazzarra sconfortante anche perché memore di altri appelli, di altre farse sempre a senso unico. Tra i firmaioli, gente di spiccate militanze piddine, per il sussidio statale, rottami e carampane in anni più verdi, l’eterno coro degli opportunisti, di quelli che fiutano il vento e passano dal sostegno chic per Israele alla dannazione glamour di stampo antisemita e magari nazistoide da posizioni di progressismo da attico vista Colosseo. Una riedizione mestissima della Grande Bellezza che sarebbe: sì, facciamo schifo ma ci piacciamo tanto perché noi siamo noi e facciamo i divi a pubblica sovvenzione.

Si può criticare Israele, si può esercitare il legittimo esercizio del dissenso? Si può e si deve, democraticamente, come per ogni faccenda controversa, a maggior ragione per una realtà che sfugge al controllo, che non ascolta più nessuno, che, ma questo è parere personalissimo di chi scrive, ha finito per finire le ragioni, poi gli alibi, poi i pretesti. Al punto che gli stessi israeliani non vedono più lo sbocco, l’umanità residua di una guerra permanente, a oltranza, che non risparmia più niente, che non distingue più niente. Ma da qui a boicottare due attori, due colleghi! Con quali ragioni? La stessa cosa si era avuta col direttore d’orchestra in fama di putiniano: sarà anche putiniano, ma veniva a celebrare una tradizione culturale inestimabile, il Novecento musicale russo. La spiegazione, la nobilitazione di un simile atteggiamento improntato a conformismo repressivo è sempre la solita: “si dà un messaggio sbagliato”. La stessa dei lockdown, delle campagne di immunizzazione di massa, della colpevolizzazione climatica, la stessa usata per imporre qualsiasi cosa con l’approccio del paternalismo repressivo che è la negazione di qualsiasi scrupolo culturale.

Cultura, in buona sostanza, non più scambio, collisione di idee, di istanze artistiche, di provocazioni intellettuali, ma involuzione contraria, una concordia perbenistica mediocre, noiosa, imposta dall’alto. Il secolo appena trascorso delle avanguardie sembra lontanissimo, irrimediabilmente perduto, c’era più vivacità nel Medioevo a torto definito buio. E ciò che si scorge all’orizzonte è un deserto fatto di intelligenze artificiali che apparecchiano schemi, modi di pensare fondati sulla negazione del pensiero. Questo, se non abbiamo frainteso, il senso autentico dell’appello della Costanza Esclapon sul Riformista: ripensateci, non sapete cosa state facendo. Ma non ci ripensano, sono drogati di esaltazione, di conformismo. Tranne Carlo Verdone che è stato messo in mezzo e giustamente si è tirato indietro. “Venice for Palestine?”. O, snobisticamente, for Hamas? Non è domanda peregrina e non è gratuitamente provocatoria almeno finché non sentiremo questi millecinquecento cuori sensibili dire una parola, una sola, almeno una sulle atrocità di Hamas, sulla sensibilità di un popolo martoriato, sì, ma che all’indomani del 7 ottobre scendeva per le strade chiedendo ai suoi persecutori ancora più sangue, più massacro, più neonati cotti nei forni.

L’esercizio del doppiopesismo e del benaltrismo lo lasciamo ai divetti da grande bellezza, ma insomma questi hanno avuto la dignità di vedere almeno un minuto dei filmati di quel 7 ottobre senza redenzione? Perché non mandano un appello a liberare gli ostaggi che muoiono come cani nei tunnel, così tutto finisce o almeno si toglie l’ultimo alibi a Israele? Hanno qualcosa da dire oltre il compiacimento laido della loro censura virtuosa? O sono tutti come quel professore palermitano delirante che invita all’apartheid elettronico, cacciare dai social tutti gli amici ebrei “anche quelli buoni”? Sono andato a vedere il profilo di questo docente universitario, “in passato legato al PCI, poi a Rifondazione e qualche volta ho votato Pd”: una ossessione continua, implacabile, patologica contro gli ebrei o israeliani, un fanatismo oltre ogni logica, da far impallidire certi tristi epigoni ma anche chi assiste, sgomento. Il preside della sua facoltà lo ha dissociato, ma con lo stesso metro democratico il primo a dover essere eliminato e non dai social, proprio dall’università, sarebbe lui. Criticare Israele si può e magari si deve ma non al prezzo di farsi groupie di una Albanese o di questo patetico Festival del Cinema.

Perché fino a che non dicono qualcosa di chiaro su Hamas, finché restano omertosi possiamo benissimo dedurne la complicità, la compiacenza morale e allora il loro esercizio, l’esclusione, la damnatio memoriae, va applicato anche a loro, a questi interpreti di loro stessi, della loro conformismo tetro, del loro squallore gregario, della loro Grande Bruttezza.

Max Del Papa, 28 agosto 2025

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