
Fate un po’ come vi pare, seguitelo Sanremo, tanto lo vedrete, lo vedremo, ce tocca, ce tocca, lo facciamo per voi, maledetti, ma almeno non salmodiate più la rassegna della musica italiana, la vetrina musicale, il meglio del panorama canoro e altri cliché senza vergogna e senza verità: Carlo Conti, il toscano alla panna, il sovrano della mediocrità narcotica, ha diffuso i nomi dell’edizione “Venti Ventisei” e di buono c’è: niente. Ma niente. Non ostinatevi a cercarcelo. Zero via zero. È il museo delle cere, è il ritorno dei morti viventi, non ce n’è uno che non sia artisticamente e non solo decrepito, nessuna pretesa ma neanche remota di rappresentare qualcosa nella non incoraggiante temperie della musica tricolore. Non incoraggiante, ma qualcosa di buono pur si trova, solo che se non ce lo vuoi trovare… Francesco Tricarico, per esempio, aveva proposto un brano delizioso, tipico dei suoi, ironico di frizzante amarezza, “Sorridiamo”, ma è chiaro che un pezzo onesto, coraggioso in cui si canta dell’Italia “sempre più invasa” non passa, Conti si mette subito a far scongiuri, sarà pure TeleMeloni ma nel Festival di regime si può solo dire la narrazione, il woke dei vaccini e delle migrazioni e dei cambiamenti climatici e delle transessualità obbligatorie, se no il vero padrone di casa, che non è il Comune di Sanremo, non è CarloConti, non è l’impresario o l’agenzia di turno che ci mette tutti dei suoi, non è neanche la RAI, ma è il monarca repubblicano Mattarella, poi se la piglia male, fa la moral suasion si affida all’intrigante consigliere piddino Garofani, non ci va al palco reale dell’Ariston e non ci manda neanche il giullare di corte Benigni che in RAI bivacca con le sue evitabili propostine di insostenibile leggerezza culturale.
Tric no, e invece sotto con la sfilata delle mummie; con Patty Pravo, con i revenant alla Enrico Nigiotti, nessun avvenire dietro le spalle, raccomandato dalla Nannini senza storia, con Ermal Meta, Raf, Sal Da Vinci, Michele Bravi, Francesco Renga: tu questi me li chiami il meglio? E avanti coi precocemente decaduti, franati, spariti dal radar, il Tommaso Paradiso figlio di prefetti vaticani, che non fa mai male, le Serena Brancale che c’era pure l’anno scorso così come c’era tale Mara Sattei, ci pare, ma non siamo sicuri perché è tutta roba liofilizzata, che passa e viene espulsa senza lasciare traccia, con le Arisa, ancoora? I Dargen d’Amico, ancoora? Le Levante, ancoora? Le Mailka Ayane, ancoora? Il Fedez che ormai a Sanremo è suppellettile, col Masini, ancoora? E ‘sti due peraltro avevano smentito categoricamente, da patetici ridicoli. Poi chi ancora? Ah, sì, certo, la Elettra Lamborghini, ancoora?, di professione ereditiera, J-Ax, ancoora?, quello che cantava la maria, intesa come fumo, però diceva che i novax erano tossici, il Leo Gassman, ancoora, uno che meno esiste e più lo ficcano dappertutto, potenza del cognome o del Piddì, uno che si mette in luce per conformismo da ventenne su ogni argomento, un figlio della narrazione degno erede del padre, uno che fa la pubblicità della Unipol, non so se mi spiego.
Poi chi altri? I kikazè: Chiello (chiell’allà, chiellallà), Sayf, Samaurai Jay, Luché, che dev’essere un pizzaiolo del Mezzogiorno assolato, Nayt, Bambole di Pezza, sarà autobiografico, LDA e Aka 7even, sarà una nuova droga, tipo il Fentanyl, Eddie Brock, che dev’essere un personaggio del gruppo TNT, Maria Antonietta e Colombre, che solo a nominarli ci vorrebbe la ghigliottina, e questi sarebbero la quota ggiovane, che piacciono ai ggiovani, che fanno tante visualizzazioni da ggiovani sulle piattaforme dei ggiovani ma se fanno un concerto si debbono comperare da soli tutti i biglietti che non ci va nessuno, neanche un ggiovane di quelli rincoglioniti. Completa il quadro la (mala) parata dei cosiddetti impegnati, non si capisce mai di che, quelli che oscillano tra Festival e Primomaggio, i decaduti decadenti vagamente per Hamas ma soprattutto per il disarmo unilaterale, quelli che non sai come ma li associ subito a Francesca Albanese, questa roba qui, con dei nomi del cazzo, Fulminacci (“iih, Fulminacci”, con gli avambracci pelosi e ossuti da centro sociale), Ditonellapiaga, tutto attaccato, e non sbagliatevi, va nella piaga il dito, che se non altro riassume il senso di quest’ennesimo Festival di cartone e anche il titolo da dare a questo articolo.
Fate un po’ come vi pare, se mai fate come Einstein, che la sera andava a teatro, non l’Ariston, o di radio, non la diretta sanremese ma qualche bel concerto di musica classica su Radio3. Oppure ostinatevi strapaesanamente a trovare lo spettacolo dove non c’è da decenni perché Sanremo è irreversibilmente degradato a business politico e pubblicitario, megafono di narrazione e squallida processione di marchette: nessuno, neanche la più disgraziata squinternata sdentata sentinella della passerella avanti al teatro, capace di restarsene lì anche per 19 ore di fila, urlacchiando con alito purtroppo fetido a chiunque vede passare, un cantante uno operatore ecologico un ratto, nessuno può credere che la cernita degli “artisti”, delle “canzoni” avvenga in base a squisite valutazioni artistiche, nessuno può davvero pensare che questa ennesima accozzaglia di riciclati e di precipitati sia rappresentativa di altro che dei soliti giri per cui sono le logiche sommerse, inconfessabili, sono i potentati mediatici e partitici a decidere ciò che poi Conti formalizza. Una cosa è certa, quest’altro Sanremo “Venti Ventisei”, dopo aver raschiato l’anno scorso il fondo del barile, s’è messo a scavare, trovando vecchie ossa dimenticate da strati geologici di oblio e meritato oblio.
Max Del Papa, 1° dicembre 2025
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