Cronaca

Cin cinico

Questo video è uno schiaffo ai radical chic pro-Pal

A molti benpensanti non è andata giù la presa di posizione di Emanuela Fanelli al Festival del Cinema. È la logica del pensiero unico

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La madrina di un festival del cinema non deve fare politica, non è un diplomatico, non è una segretaria di partito. Evidentemente questo concetto risulta estremamente difficile da spiegare agli attivisti da bar, perché se non trasformi anche quel ruolo in un pulpito geopolitico, vieni accusata di tradimento.

Questo è quanto accaduto ad Emanuela Fanelli, attrice e comica di talento, madrina dell’ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia, in corso questa settimana. Fanelli è rea di non aver pronunciato nessun sermone relativo alla Palestina e a Gaza, di non essersi neanche degnata di indossare una kefiah o una spilletta con bandiera palestinese. Ha semplicemente fatto ciò che le era stato chiesto: accompagnare il festival con garbo e leggerezza. Un compito istituzionale, super partes, di equilibrio, non militante. Tanto basta oggi per essere travolti da un’ondata di accuse.

Per i pro-Pal infatti questo atteggiamento è imperdonabile. Ormai il meccanismo è sempre lo stesso: chiunque abbia un microfono deve fare atto di fede, deve inserire nel discorso la parola d’ordine del momento, altrimenti è “complice”, “indifferente”, “nemico”. È la logica del pensiero unico, della finta militanza obbligatoria, che poco ha a che fare con la libertà. Ma la Fanelli ha fatto bene. Ha fatto bene a non cedere alla tentazione del comizio, a non sfruttare un palcoscenico culturale per trasformarlo in un’arena politica. Il festival del Cinema non è un corteo, e chi pretende che lo diventi è mosso non dalla ricerca della pace, ma dall’ossessione ideologica, dall’ignoranza.

E non è la prima volta che assistiamo a questi teatrini. In questi giorni anche Carlo Verdone ha fatto dietrofront dopo aver firmato un appello “per la pace”, convinto in buona fede di dare il proprio contributo morale. Solo dopo ha scoperto che quel documento conteneva molto di più: la richiesta di escludere dagli eventi internazionali attori israeliani totalmente disallineati con il governo di Netanyahu, come Gal Gadot. In pratica, discriminazione becera mascherata da pacifismo. Verdone è caduto in un tranello e lo ha ammesso. E i pro-Pal, che si autodefiniscono “progressisti”, hanno rivelato ancora una volta la loro natura illiberale.

Ecco il vero punto della questione. Non basta più essere contro la guerra: bisogna esserlo secondo il copione stabilito, con le parole giuste, contro i nemici giusti. Se ti discosti di un millimetro, sei un “traditore”. È successo a Verdone, sta succedendo alla Fanelli. Succede ogni volta che qualcuno prova a resistere all’ideologia obbligatoria. Quindi, salvate il soldato Fanelli. Salvate la sua leggerezza, la sua ironia, la sua normalità. Perché in tempi di isteria collettiva e di ipocrisia, il vero coraggio è rifiutarsi di diventare megafono di un’ideologia.

Alessandro Bonelli, 29 agosto 2025

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