Quirinale, quarto voto. Il centrodestra traballa, ecco chi sono i “veri” candidati

Ancora fumata nera sul Colle. Tre votazioni andate a vuoto. Oggi si abbassa il quorum

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Si avvicina il momento della verità. Non che fino ad oggi si sia scherzato, ad eccezione del primo turno e dei vari voti civetta tipo Amadeus, Claudio Lotito e Giuseppe Cruciani. I partiti sulla partita del Quirinale stanno giocando una guerra di posizioni. Prima le schede bianche, poi il tentativo del centrodestra di presentare una rosa di nomi (Moratti, Pera, Nordio), il no del centrosinistra, l’ipotesi di Franco Frattini, quella di Cassese, la mossa della Meloni su Guido Crosetto, la possibile spallata con Casellati, il sempreverde Pier Ferdinando Casini e l’ombra che incombe di Mario Draghi.

Ce n’è, di carne al fuoco. E oggi si inizia con le votazioni che contano. Dal quarto scrutinio, infatti, il futuro presidente deve puntare “solo” alla maggioranza del 50%+1 dei voti dei 1.009 grandi elettori, dunque in sostanza a 505 preferenze. Ci riuscirà qualcuno oggi? Difficile. Almeno stando a sentire Letta e Renzi, secondo cui la partita vera si giocherà domani. Il responso delle urne odierne, però, darà non poche indicazioni ai leader. Soprattutto servirà a capire se e quanto i rispettivi capi corrente controllano i loro parlamentari.

Oggi vince scheda bianca?

Dopo le riunioni mattutine, Italia Viva ha già dichiarato che non scriverà nulla sulla scheda. Lo stesso dovrebbe fare la “coalizione progressista” (M5s, Pd, Leu). Di sicuro non indicherà nomi il centrodestra, ma con una (ennesima) novità: “Abbiamo deciso di proporre la disponibilità a votare un nome di alto valore istituzionale. Per consentire ai grandi elettori di tutti i gruppi di superare veti e contrapposizioni e convergere per dare all’Italia un nuovo Presidente della Repubblica – si legge in una nota – la coalizione ha deciso di dichiarare il proprio voto di astensione nel voto odierno. Il centrodestra è pronto a chiedere di procedere domani con la doppia votazione”. Cosa significa “voto di astensione”? Che i grandi elettori risponderanno alla chiama, si avvicineranno alla Presidenza e diranno ai segretari “astenuto” senza ritirare la scheda. A quel punto usciranno dall’Aula senza passare dalle cabine.

Vediamo intanto quali sono i candidati realmente in campo.

La rosa (sfiorita) e Casellati

Quando il centrodestra si è presentato unito in sala conferenze per presentare la sua lista di candidati, la rosa appariva già quasi sfiorita. Personalità di assoluto spessore: Letizia Moratti, Marcello Pera e Carlo Nordio avrebbero potuto certo ambire al Quirinale. Ma la mossa serviva forse per scoprire le carte su Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, presentata da Salvini come una persona che “non ha bisogno di candidature” ma che è sicuramente in campo. Ieri era circolata l’ipotesi che il centrodestra potesse tentare oggi una “spallata” portando in Aula proprio il vertice di Palazzo Madama per cercare i voti (tipo operazione scoiattolo) sia nel Gruppo Misto che in alcune frange del Pd e del M5S. È stato Letta, che si è visto con Renzi (i due, si sa, non si amano) a frenare l’ipotesi con un durissimo tweet (“un’operazione mai vista”, “assurda e incomprensibile” che “farebbe saltare tutto”). Certo Casellati resta comunque ancora in campo: è una carica istituzionale, diversi presidenti del Senato sono saliti al Colle. Ma il centrosinistra dovrebbe far cadere il muro che per ora ha innalzato.

Franco Frattini

Al netto delle posizioni di Frattini sulla Russia, forse utilizzate in modo strumentale per azzopparne la candidatura, il suo nome è sicuramente stato fatto nelle riunioni dei leader. Secondo Renzi la carta sarebbe stata giocata da Salvini con un pezzo del M5S (rappresentato dall’incontro con Fraccaro) per tentare di ri-editare il governo giallo-verde di cui alcuni grillini hanno ancora nostalgia.

Sabino Cassese

Ieri è circolata la notizia, smentita da Salvini ma confermata dal Foglio, di un incontro tra il leader della Lega e il giurista nella casa di quest’ultimo ai Parioli. Che il nome sia stato sondato è sicuro, al punto che Sabino Cassese non è solo un nome “che gira”… Pare infatti che alla riunione del centrodestra sia stato messo sul tavolo: la Lega sarebbe favorevole e anche Fratelli d’Italia sarebbe favorevole. “Sono figure che non hanno una targa politica riconoscibile – ha detto il capogruppo di FdI al Senato, Luca Ciriani – Hanno un profilo istituzionale alto”. Ma potrebbe anche essere impallinato.

Mario Draghi e Belloni

Non è mai uscito dal campo, anche se non è certo il candidato che scalda i cuori dei partiti. Per due motivi: l’auto-candidatura di Natale ha infastidito i leader, soprattutto quelli di centrodestra; e comunque bisognerebbe trovare un sostituto a Palazzo Chigi. Renzi ieri ha mandato un messaggio a Salvini e Tajani: se si vuole, un nuovo governo si fa in cinque minuti. E soprattutto questa sarebbe un’occasione per un “presidenzialismo di fatto”. Piccolo appunto: checché se ne dica di fronte alle telecamere, alla Meloni l’idea Draghi piacerebbe eccome. Le permetterebbe infatti di avere un “ombrello” internazionale nel caso in cui vincesse le elezioni una coalizione a trazione “sovranista”. Unico problema: non può votarlo apertamente, non avendo sostenuto l’attuale governo. Ma certo non si opporrebbe. E forse non gli farebbe mancare la 50ina di voti in più rispetto ai 63 grandi elettori di Fdi che ieri sono finiti su Guido Crosetto. Da verificare anche la posizione dei Cinque Stelle: ieri Grillo ha smentito in diretta a Mentana di aver suggerito a Conte di convergere sul premier e non è un mistero che Supermario non sia così amato dai grillini.

Occhio dunque a Elisabetta Belloni: capo dei servizi segreti, tecnico, esponente di nessun partito, potrebbe essere la soluzione delle parti per trovare un presidente della Repubblica il cui nome in questi giorni non è stato portato avanti da nessuno schieramento. Salvini l’avrebbe messa sul tavolo, a Fdi non dispiacerebbe. E il centrosinistra non ha ancora sollevato riserve. Inoltre sarebbe la prima donna a salire al Colle. E la cosa non guasta, sempre che il suo nome non sia uscito troppo presto esponendolo al tiro al bersaglio.

Pier Ferdinando Casini

Nelle prime due votazioni il suo nome ha ottenuto pochissimi voti. Poi, da conoscitore dei meccanismi, al terzo voto ha fatto aumentare le sue quotazioni. Ben 52 voti non bastano per salire al Colle, ma sono abbastanza per mandare un segnale. Il Pd lo ha inserito nella sua rosa di “personalità terze” (ma rispetto a cosa?) insieme a Draghi, Mattarella, Amato, Cartabia e Riccardi. Nel centrodestra ci sono alcune resistenze. Una parte di Forza Italia lo considera un “traditore”. La Lega storce il naso (“è stato proposto dalla sinistra ed eletto col Pd”, fa notare Salvini che non intende votarlo). La Meloni avrebbe posto un veto. Ma il pericolo è che potrebbe finire in Aula portato dal centrosinistra insieme ai centristi e a quel punto Salvini entrerebbe in difficoltà. Andrea Marcucci (pd) lo considera un “possibile punto di incontro”. Renzi è suo sponsor da sempre. Letta non potrebbe dirgli di no. Il diretto interessato, intanto, dice di aver spento il telefono. “A questo punto, dal punto di vista istituzionale, io sono un soggetto passivo e non attivo – ha fatto sapere – Sto a casa con le mie figlie. Ho deciso di non parlare più, di non mandare messaggi, di non fare più niente”. Si vedrà.

Chi può essere eletto (e come si vota)

Possono puntare al Colle più alto di Roma solo i cittadini italiani che abbiano compiuto i 50 anni di età e godano dei diritti civili e politici. Il Parlamento si riunisce in seduta comune alla Camera sotto la guida del presidente Roberto Fico, che ha convocato il secondo giro di votazioni per oggi pomeriggio alle 15.

La platea dei cosiddetti “grandi elettori” è composta dai senatori a vita, dai parlamentari (deputati e senatori) oltre che da 58 delegati regionali scelti dai consigli di tutte le Regioni, tre per ognuna ad eccezione della Valle d’Aosta che ne invia soltanto uno. Totale: 1.009 grandi elettori, tornati tali dopo la morte del forzista Vincenzo Fasano subito sostituito da Rossella Sessa.

Nei primi tre scrutini, per essere eletto il candidato presidente dovrà puntare ad un consenso molto ampio, ovvero i due terzi dei votanti: sostanzialmente 673 voti. Un obiettivo ambizioso, soprattutto per un parlamento così frastagliato. Forse, solo Mario Draghi e il Mattarella Bis potrebbero riuscirci. Dal quarto giro in poi, invece, sarà necessaria solo la maggioranza assoluta degli aventi diritto: il 50%+1, dunque 505 voti. Il quorum non cambia in base a chi si presenta in aula.

Le operazioni di voto

Fino a sette anni fa, alla Camera venivano montanti i cosiddetti “catafalchi” e i “grandi elettori” venivano chiamati a scrivere la loro preferenza su un foglio per poi depositarlo in dei cesti di vimini. Causa coronavirus, le cose sono cambiate un po’. Intanto ci sarà un solo scrutinio al giorno, per evitare di accavallare troppo la presenza di persone a Montecitorio. Gli elettori verranno poi divisi in gruppi di massimo 50 persone, così da sanificare le cabine (realizzate nuove per l’occasione senza tendine).

Discorso a parte per i positivi al coronavirus o quelli in quarantena preventiva. Il governo ha emanato un decreto apposito per permettere loro di partecipare all’elezione del presidente della Repubblica e nel parcheggio adiacente alla Camera dei Deputati, in via della Missione, è stato allestito un seggio speciale. Lì i circa 30 “grandi elettori” infetti potranno comunque consegnare la loro scheda”. L’unica “esclusa” dal voto è Sara Cunial: no vax e contraria al green pass, non vuole farsi un tampone per entrare alla Camera. Paradosso tutto italiano: lei, sana, non può votare; i positivi e i grandi elettori in quarantena, invece sì.

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