Cronaca

Ranucci fa la vittima e attacca la Rai. Ma su Lavitola evita ancora le domande

Il conduttore di Report evoca premi, querele e bomba sotto casa: “Tentano di mandarmi via”. Poi liquida l’amicizia con l’ex faccendiere

ranucci sigfrido
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Il copione è ormai collaudato. Quando intorno a Report si addensano domande scomode, Sigfrido Ranucci sposta immediatamente il riflettore: dalle vicende che lo riguardano ai tentativi, veri o presunti, di cacciarlo dalla Rai. È accaduto anche a Cerveteri, prima di una tappa del suo tour “Diario di un trapezista”, mentre ai piani alti di viale Mazzini si lavora al futuro del giornalista.

“Restare a Report? Non credo sia questa l’intenzione della Rai”, ha dichiarato Ranucci. L’addio alla trasmissione che conduce dal 2016, dopo l’uscita di Milena Gabanelli, viene ormai presentato come quasi inevitabile. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi starebbe preparando tre proposte alternative, tutte accomunate dal ritorno del giornalista all’interno di una testata. Resta da capire se gli verrà offerto un incarico operativo oppure un’altra sistemazione “ad personam”, come quella attualmente ricoperta nella Direzione Approfondimento.

Per Ranucci, però, qualsiasi spostamento avrebbe il sapore di una retrocessione. “Un eventuale ridimensionamento o uno spostamento ad altre testate della Rai per me sarebbe un tornare indietro”, ha spiegato. Poi la domanda retorica: se l’azienda non lo ritiene più adatto a Report, quale senso avrebbe affidargli la formazione di altri giornalisti d’inchiesta? Sul tavolo, dunque, non c’è soltanto la conduzione del programma, ma l’intero ruolo costruito negli ultimi anni attorno al suo nome.

Naturalmente non manca l’autobiografia del perseguitato. Ranucci ha ricordato i presunti tentativi di licenziamento seguiti al ritrovamento dell’intervista a Paolo Borsellino, all’inchiesta su Fallujah e al caso dell’Autogrill. Ha rivendicato 35 anni di servizio, i premi ricevuti, le oltre 240 azioni giudiziarie affrontate e il lavoro svolto “mettendo a repentaglio” la propria vita e quella dei familiari e degli inviati. Un lungo elenco di meriti che serve a costruire la cornice più congeniale: quella del giornalista d’assalto che il potere vorrebbe silenziare.

Peccato che il problema di queste settimane non sia soltanto la libertà d’inchiesta. Sullo sfondo rimane il caso Valter Lavitola, l’ex faccendiere e amico di Ranucci finito in carcere perché ritenuto dai magistrati il mandante dell’attentato compiuto davanti all’abitazione del conduttore. Una vicenda sulla quale restano interrogativi pesanti, a partire dalla natura del rapporto tra i due e da ciò che Ranucci sapeva prima dell’esplosione.

Il conduttore risponde rivendicando il diritto del cronista a frequentare chiunque. “Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei”, ha affermato. Ma è proprio qui che la difesa rischia di diventare una comoda deviazione. Nessuno contesta a un giornalista la possibilità di incontrare criminali, faccendieri o personaggi controversi per ottenere informazioni. Il punto è un altro: stabilire se quello con Lavitola fosse soltanto un rapporto legato al mestiere, quali confidenze fossero state scambiate e se vi fossero stati segnali capaci di anticipare quanto poi accaduto.

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Ranucci sostiene che, se avesse percepito un pericolo reale nelle parole dell’amico, lo avrebbe denunciato. Il resto, assicura, lo riferirà soltanto agli inquirenti. Una prudenza comprensibile sul piano giudiziario, ma che non scioglie il nodo politico e aziendale. Perché la Rai non deve valutare soltanto la tenuta penale del comportamento del suo dipendente: deve interrogarsi sull’opportunità, sulla trasparenza e sulla credibilità di chi ha costruito la propria immagine pubblica chiedendo agli altri di rispondere senza reticenze.

Ora Ranucci dice di avere “la coscienza a posto” e attende le proposte dell’azienda. Evoca la bomba, i premi, le querele e i sacrifici della famiglia. Tutto vero, tutto rispettabile. Ma il curriculum non può diventare uno scudo permanente. E il racconto dell’ennesimo complotto contro Report non basta a cancellare le domande sul caso Lavitola. Proprio quelle domande che, se riguardassero qualcun altro, la trasmissione probabilmente metterebbe in prima serata.

Massimo Balsamo, 26 agosto 2026

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