Ranucci l’ha fatta fuori dal vaso: scoppia la bufera su Mr. Report

Dopo la notizia, riportata anche da Nicolaporro.it, sulle assunzioni in Rai, il conduttore attacca il Giornale. Ma usa una parola che riesce ad unire tutti contro di lui: "Inaccettabile"

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sigfrido ranucci

Report è di nuovo al centro della polemica. Stavolta non per un’inchiesta, ma per le parole del suo conduttore, Sigfrido Ranucci, che nel tentativo di replicare a un articolo pubblicato da Il Giornale e da Nicolaporro.it (leggi qui) ha finito per aprire un fronte interno alla Rai, attirandosi le critiche non solo della testata avversaria ma anche dei sindacati dei giornalisti dell’azienda. Tutto nasce da un articolo che analizza la graduatoria di un concorso interno Rai per la stabilizzazione di 127 giornalisti. Ranucci ha reagito con un post dai toni durissimi, parlando di “cialtronata”, accusando Il Giornale di falsità e omissioni, e rivendicando che gli assunti provenienti da Report sarebbero 8 e non 2.

Nel farlo, però, ha utilizzato un’espressione destinata a far discutere: ha scritto che sei di loro, se accetteranno, saranno “deportati” nelle sedi regionali delle Tgr. Un termine che ha spostato immediatamente il baricentro del dibattito.

La reazione dei sindacati Rai

La replica del Coordinamento dei Cdr della Tgr è stata netta. Parole “inaccettabili”, hanno scritto, ricordando che nelle redazioni regionali non si viene “deportati”, ma si entra per selezione pubblica. Il termine è stato definito “irrispettoso” verso chi la deportazione, quella vera, l’ha subita. Non si tratta di una polemica formale. La Tgr rivendica da anni la propria dignità professionale, ricordando che centinaia di giornalisti arrivati con i concorsi del 2015 e del 2019 hanno portato esperienza nazionale e internazionale nelle sedi regionali.

In sostanza, la critica non è solo semantica: definire una destinazione in Tgr come una “deportazione” implica una gerarchia implicita, una svalutazione del lavoro nelle redazioni territoriali rispetto a quello delle trasmissioni d’inchiesta.

La controreplica di Ranucci

Ranucci ha risposto rivendicando ironicamente di aver “ricongiunto” i due sindacati Rai. Ha ammesso che le critiche sul termine sono legittime, spiegando di averlo inserito tra virgolette su consiglio di un esperto di comunicazione. Ma non ha fatto un passo indietro nella sostanza. “Ammesso questo – ha scritto – attendo di sapete dai colleghi giornalisti sindacalisti qual è il termine giusto per rappresentare un concorso che si basa 1) su prove che nulla hanno a che fare con il giornalismo di inchiesta, ma per i notiziari; che richiede agli idonei, per essere assunti, di accettare sedi lontane dal posto in cui vivono, di pagare due affitti perché sono costretti a lasciare la propria abitazione, di lasciare genitori malati, mariti, figli appena nati, vari affetti, di interrompere relazioni sociali ed esperienze lavorative maturate in un decennio nelle trasmissioni d’inchiesta; che rischia di svuotare trasmissioni storiche della Rai, al quale successo hanno contribuito anche coloro che saranno “deportati””. Infine, ha rilanciato l’accusa politica, sostenendo che Il Giornale starebbe conducendo una campagna di delegittimazione contro Report e sottolineando che al direttore della testata verrà affidata una striscia quotidiana in Rai, “ennesima” affidata a giornalisti esterni.

Il nodo politico e il problema comunicativo

Il punto critico, tuttavia, non è la legittimità di discutere un concorso interno o di difendere la propria redazione. È il linguaggio. La parola “deportazione” non è un’iperbole neutra. È un termine carico di memoria storica, di tragedia, di violenza. Anche tra virgolette, anche come provocazione comunicativa, sposta il confronto su un piano simbolico che eccede la questione organizzativa. Un conto è denunciare un concorso ritenuto penalizzante; altro è evocare scenari di coercizione storica per descrivere trasferimenti professionali in un’azienda pubblica. C’è poi un elemento ulteriore: se si difende la professionalità interna della Rai contro le “strisce affidate a esterni”, diventa difficile liquidare come una sorta di punizione l’approdo nelle redazioni regionali, che sono parte integrante del servizio pubblico e non un esilio.

Ranucci sostiene che il concorso rischia di “svuotare” programmi storici. È una posizione legittima. Ma la Rai è un’azienda pubblica, non una federazione di feudi editoriali. I giornalisti non sono proprietà delle singole trasmissioni. E poi sai quanta gente, che fa altri mestieri, è costretta ad accettare posti di lavoro lontani da casa? Il mercato del lavoro, purtroppo, non è un pranzo di gala.

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