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Reddito di cittadinanza, la paghetta assistenziale ai giovani

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In queste settimane abbiamo analizzato nel dettaglio, ai raggi x, il cosiddetto reddito di cittadinanza. A chi si applica, come si ottiene, come si perde e quanto costa. Da sinistra le critiche sono comprensibilmente imbarazzate: è difficile contestare una misura che è nel proprio Dna. Certo si possono discutere le tecnicalità con cui si applica, ma insomma una certa cultura cattolica, solidarista e sociale non riesce a spingersi oltre.

Esiste al contrario una grande opportunità per i liberali che avrebbero la possibilità di raccontare, per differenza, quale è il loro modello di società contemporanea. Ebbene dovrebbero concentrarsi su una clamorosa distorsione etica che il reddito di cittadinanza comporta: l’assegno ai cosiddetti giovani. Si, avete letto bene. Ma che tipo di società hanno in mente grillini e compagni? Come si può mettere in piedi un sistema di welfare che trasferisca risorse da chi lavora a giovani tra i 18 e 30 anni?

Vogliamo dire con chiarezza che il fenomeno dei Neet, cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione, non può certo essere messo in carico alla fiscalità generale con un assegnuccio da 780 euro. Qualcuno è in grado di spiegare per quale motivo un imprenditore (che non sia la pubblica amministrazione) tra due giovani di 20 anni debba preferire il sussidiato e formato (seeee…) con il reddito di cittadinanza rispetto a colui che invece si è arrangiato, ha studiacchiato e si è “sbattuto” per trovare un’occupazione sia pure precaria?

Si, scusate, il ragionamento è grezzo. Ma il mondo del lavoro – e soprattutto quello del primo impiego – non è fatto da sociologi di Trento, ma da disperati con il coltello in bocca che combattono con i cattivi della globalizzazione. Fornire una paghetta assistenziale ai più giovani è uno scandalo.

Una moderna società liberale può e deve attribuire allo Stato – e cioè a noti contribuenti – il peso di sanità e istruzione per i più giovani, non dotati di mezzi, perché possano farcela anche se non sono “nati bene”, ma non certo fornire loro un reddito che non si sono meritati. Risparmiamolo semmai per i cinquantenni, espulsi dal mercato del lavoro, anche a causa di una rivoluzione digitale che sta cambiando i rapporti produttivi. Nella vita, hanno dato senza ricevere molto.

Nicola Porro, Il Giornale 21 gennaio 2019