Renato Zero senza tempo: supera ogni volta sé stesso

"L'OraZero", il nuovo album dell'artista romano è una conferma di atemporalità che accarezza tutte le stagioni. Il tour da gennaio 2026

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renato zero

È ancora un’emozione. Forte. Nessuno come te ha saputo preservare quel senso di sorpresa ad ogni disco per noi, che lo scartiamo come bambini in pigiama la notte di Natale. Perché noi, che la Favola la conosciamo, l’abbiamo vissuta tangenziali a te, possiamo scorrere le cento copertine e per ognuna una suggestione che è troppo personale come lo è una macchia di sole caduta dal cielo, un lenzuolo nero di pioggia nel giorno più brutto, la solitudine di un Natale non vissuto, la disperazione di quando qualcuno spariva…

E però a questo punto tutto si complica con questo nuovo disco fluviale, che un tempo sarebbe stato doppio, diciannove brani (tenuti brevi nel minutaggio, niente introduzioni e code sconfinate, se no non bastava la giornata) che nessuno sembra cogliere per il giusto verso: lo giustappongono alla musica che gira adesso, lo confrontano con le ipotesi di Renato passate: non ci capiscono un cazzo, perché la prima cosa da dire è che Renato Zero da gran tempo ormai, forse invero da sempre, fa corsa su se stesso e nessun altro. Certo ridefinendo codici, stilemi, ed è innumerevole la folla di compositori, collaboratori, ispiratori avvicendatisi nella sua avventura artistica: allora come mai L’OraZero raccoglie, e supera, un po’ tutti i calendari, come mai un brano come “Pace”, che chiude il viaggio, medievale come una chançon troubadorica, potrebbe essere stata scritta, cantata nel ’76 come al tempo di Tregua, lui dipinto, novello Marcabru, come oggi? Perché i dischi, i suoni e i suonatori passano (qui l’ultimo urrà dell’immenso Giorgio Cocilovo) ma Renato resta e informa di sé la sua musica. Perché nel tempo ha costruito un canone ch’è solo suo e che recupera la grande tradizione europea, dall’Occitania al Melodramma, dalla Romanza all’Opera.

È un disco estremamente orchestrato L’OraZero, potremmo dire senza pudore, perché tutti i suoi compositori/arrangiatori risalgono a quel retaggio, risolto se volete in chiave pop – ma è solo una definizione convenzionale e sbrigativa: oramai la musica di Zero va oltre, è recupero colto, non in modo esplicito come per un Branduardi, più discreto ma, se la storia musicale la si mastica, perfettamente comprensibile, intercettabile: oscilla, per dire, tra Respighi e Puccini, ma potremmo perfino scomodare refoli sparsi, è l’unico che si permette di infilare in un disco contemporaneo la musicalità squisita grondante di un Luzzasco Luzzaschi, che si permette spudorate evocazioni vivaldiane in “Voglio regalarti un avvenire” e poi va a sciacquare i panni in Tevere, in Trastevere su “Vorrei piacerti” ed è inevitabile trovarcisi specchiata Gabriella Ferri, una delle Grandi Assenti.

Ecco cosa stiamo cercando di fare: offrire chiavi d’ascolto, di lettura per un’opera che, ancora una volta, i più frettolosi potranno definire un altro disco pop, un altro disco di Zero mentre è, almeno così noi lo cogliamo, una liberissima, continua suite di 73 minuti fatta di momenti concatenati, di richiami impalpabili o insistenti, di evocazioni personali da una sensibilità artistica personalissima, che non teme di farsi fraintendere, che non si preoccupa di riuscire fuori tempo. E lo è, fuori tempo, come lo è la scelta di una classicità. Dopo l’overdose di introspezione degli ultimi album, culminata nell’Autoritratto di due anni fa, quel continuo cercarsi e definirsi, ridefinirsi e indagarsi ancora, quasi un nietzschiano “perché sono così Zero”, qui si torna a spalancarsi al mondo, alle sue complicate speranze, all’indomabile acuminata voglia di vita; eppure l’incipit è collegato al disco precedente (sarà un anello di congiunzione, questa “Aspettando l’alba”, che poi ritorna in finale nella versione alternativa nominata “Che sia amore”, e così il cerchio dello Zero si chiude?).

Possiamo immaginarla scelta, forse concepita appositamente, per aprire il prossimo giro di concerti dal gennaio venturo, così solenne, innodica: di momenti maestosi l’album è cosparso, il suo sinfonismo è carsico, ora scorre sottotraccia, per gli arrangiamenti ancor più curati, incredibilmente curati, dal suono spettacolare, ora esplode in un trionfo di melodia. Un lavoro che cerca, come sempre, più ancora di sempre, la bella melodia, aulica, autorevole, scorrevole, incancatrice: ci si affida ad autori del presente prossimo, Alterisio Paoletti, che fa la parte del leone, Adriano Pennino, che si diverse a scivolare sui trasporti di “Voglio regalarti un’avvenire”, un sempre magnifico Vizzini che qui ne firma una sola, “Il battito del mondo”, ma basta ad incantare; poi a firme storiche, forse d’archivio, ma che importa? Maurizio Fabrizio per la stupenda “L’anima canta” e l’ariosa “Se t’innamorerai”, e non manca il valore aggiunto di Mariella Nava per un’altra pagina da conservare, “Ancora nuovi giorni”. Tanta roba, tantissima, che non si può assimilare alla svelta: poi finisce magari che ti resta appeso al cervello il motivo di “Ti meriti di più”, che all’inizio sottovalutavi… O alle licenziose divagazioni dell’immancabile sberleffo “Su per giù”.

Del singolo di apertura, “Senza”, avevamo già detto: oggi possiamo aggiungere che in quel tiro sostenuto confondeva le acque, questo non è un ritorno al pop rock italiano, è una conferma di atemporalità che accarezza tutte le stagioni: chi la Favola la conosce, chi l’ha vissuta può divertirsi a rintracciare le epoche di Renato che nel suo bisogno di raggiungerci sembra a volte giocare a nascondino: eccolo affiorare con una maschera che conosciamo, ma subito sbadisce e torna l’oggi, eccolo far capolino da dietro una porta con un costume, ma non fai in tempo ad afferrarlo che ti appare lui chi è adesso…

Diranno, ancora, che vuoi dire troppo, che metti troppa carne al fuoco: e non capiranno, ancora, che quel bisogno di comunicare non è predica ma ricerca, tutti i dischi, tutte le canzoni di Renato Zero in fondo sono una ricerca di dialogo ora urgente, ora perfino angosciata; qui sta il mistero che mistero non è di un successo che è confronto, il pubblico che la Favola la respira, la scrive un poco insieme a chi la vive: non è di nessun altro questo prodigio. E se in queste diciannove canzoni nuove si possono acquattare le centinaia di canzoni che c’erano, che le hanno figliate in qualche modo, ebbene non deve stupire: Zero è un cerchio che si chiude ogni volta per non conchiudersi mai, e continua a girare, a girare. Finché Renato avrà questo bisogno bruciante, disperato e gioioso di cercarci, il tempo non avrà ancora senso e L’OraZero sarà un istante bergsoniano da Zero a Infinito. È ancora una emozione. Forte. Quando il carrozzone si ripresenta e lo senti che riparte. C’era quell’immagine, in “Ciao, Nì”, di quel carro un po’ picaresco e un po’ malfamato che scorreva per valli, itinerari sconosciuti tutti da tracciare: pensavamo a una trovata scenica, era già promessa di vita, e di eternità.

Max Del Papa, 13 ottobre 2025

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