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Le proteste in Iran

Repressione in Iran: chi sono i colpevoli occidentali

Mohsen Shekari impiccato, ma a Teheran continuano le proteste dopo l’assassinio di Mahsa Amini

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Mohsen Shekari, uno dei manifestanti arrestati il 26 settembre a Teheran, è stato impiccato. È il primo dimostrante della “protesta per l’hijab”, che sta infiammando le strade di tutte le grandi città iraniane dopo la tortura e l’assassinio Mahsa Amini rea di non aver indossato bene il velo islamico, giustiziato dal regime iraniano e, anche se lo scrivo con tutto il dolore possibile, sono sicuro che non sarà l’ultimo.

E anche se è vero che Mohsen Shekari è il giustiziato di cui si parla in questo momento perché ne conosciamo il nome, il cognome e abbiamo anche una sua fotografia, da quando sono iniziate le proteste per ottenere libertà e per far cadere il regime dittatoriale sciita degli Ayatollah, di giovani, nelle strade di Teheran e in quelle delle maggiori città iraniane, ne sono morti a centinaia. Le ultime stime parlano addirittura di millecinquecento vittime. Eroi di cui non conosciamo il nome, ragazzi e ragazze che, anche se rimarranno ignoti, avranno la stima perpetua di tutti coloro che credono nella libertà in ogni sua forma.

L’esecuzione di Mohsen Shekari ha comunque radici lontane e per capire il peso dell’ingiustizia della quale è stata vittima, è necessario ripercorrere la storia di quella terra, una volta chiamata Persia, dal momento in cui è diventata Iran e fare, senza paura, i nomi di chi si è reso responsabile dei crimini commessi dal momento in cui l’Ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī scese dall’aereo francese che lo riportava a Teheran dopo anni di esilio.

Da quel giorno infausto, fanatici religiosi sono riusciti nel giro di pochi mesi a creare una dittatura di terrore che ha le mani grondanti di sangue.

Oggi come allora.

A dirlo non sono io, ma la stessa voce dell’ayatollah Montazeri, ex braccio destro di Khomeini, che in una vecchia registrazione audio accusava, riferendosi al “massacro delle prigioni” del 1988 che liquidò in poche settimane migliaia di oppositori di sinistra, i vertici del regime di crimini da lui stesso descritti come imperdonabili.

In questa registrazione, che risale al 5 agosto 1988, in una riunione tra Montazeri e i vertici dell’apparato giudiziario, in particolare Mostafa Pourmohammadi, all’epoca incaricato degli interrogatori nella prigione di Evin a Teheran, allora capo dell’intelligence, lo si sente dire:
“Siete responsabili del più grosso delitto commesso dalla Repubblica islamica, la storia ci condannerà e si ricorderà dei vostri nomi per aver agito come dei criminali. Uccidere è il modo sbagliato di combattere un’idea”.

Anche se negli anni vari personaggi della galassia Sciita si sono succeduti nelle alte cariche dello Stato, nulla è cambiato. Il modus operandi è sempre lo stesso, repressione, tallone d’acciaio e mancanza di rispetto per ogni regola del vivere che noi in occidente chiamiamo civile.

Ma se vogliamo analizzare le responsabilità, o meglio le colpe, di ciò che è accaduto allora e sta accadendo anche in questi giorni, non dobbiamo rivolgere lo sguardo solo ai vertici del regime iraniano, ma per una forma di etica, chiamiamola umana, ma anche altrove.

In quest’ottica, sempre se siamo capaci di guardare in faccia una realtà che mette in luce gli errori delle democrazie occidentali, anche le più importanti, è necessario ricordare le responsabilità di chi, intrattenendo affari con i despoti che a Teheran siedono nelle stanze dei bottoni, hanno fatto, rinforzandoli finanziariamente e appoggiandoli politicamente in campo internazionale, il gioco del despota omicida e non del popolo assetato di libertà.

A cominciare dall’amministrazione Obama che firmò e caldeggiò il trattato Joint Comprehensive Plan of Action, acronimo JCPOA, firmato a Vienna il 14 luglio 2015, che in teoria avrebbe dovuto limitare il programma nucleare iraniano al solo uso civile, ma che in realtà, come ampliamente dimostrato, non vale la carta su cui è scritto.

Per chiarezza è necessario ricordare chi firmò quel trattato: per l’Iran Mohammad Javad Zarif
Per gli Stati Uniti John Kerry (Segretario di Stato dell’amministrazione Obama), per la Francia Laurent Fabius Primo ministro durante la presidenza di François Mitterrand, per la Gran Bretagna Philip Anthony Hammond, barone Hammond di Runnymede, allora Segretario di Stato per gli affari esteri e del Commonwealth del Governo di David Cameron, per la Russia il Ministro degli esteri Sergej Lavrov, per la Cina il ministro degli affari esteri Wang Yi, per la Germania il Ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier e, per concludere, la sempre presente Federica Mogherini, all’epoca Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Fatta eccezione per i rappresentati di Iran, Russia, Cina, della sempre presente Mogherini, considerando chi sono come la pensano o cosa rappresentano, non ci si poteva aspettare nulla di meglio, e di Obama, che proprio in questo caso mise a segno il più pericoloso dei suoi errori in politica estera, tutti gli altri, quelli che stavano a rappresentare le più importanti democrazie europee, e quando si dice europee si sottintende mondiali, non lo sapevano con chi stavano firmando? Non immaginavano che fine avrebbe fatto quel trattato? Non avevano informazioni di Intelligence che potesse metterli in guardia sulla cappellata che stavano per siglare? Sì, lo sapevano, lo sapevano benissimo.

Ma sapevano anche che per quella firma sarebbe passata la fine delle sanzioni al regime iraniano e che da quel momento tutti avrebbero fatto affari con una nazione grande 1.648.000 km², in pratica come il Regno Unito, la Francia, la Spagna e la Germania messe insieme, bisognosa di ogni cosa.

Il fruscio delle banconote e il rumore delle monete hanno, in quei frangenti, coperto le grida di un popolo intero che, pur mantenendo le millenarie tradizioni, chiedeva libertà e un minimo di democrazia. Invece, anche grazie a questa politica dissennata, è stata data forza a un regime che, ancora oggi, impicca gli omosessuali in pubblica piazza, lapida le adultere o presunte tali, basta la denuncia di un marito stanco che la moglie, il più delle volte innocente, si ritrova seppellita sotto una piramide di sassi.

È stata data forza a un regime che da sempre, con le più svariate e creative motivazioni, reprime le proteste nel sangue dei suoi stessi cittadini, non ultima la novità dei poliziotti che con pistole che sparano palline di acciaio, colpiscono le donne che protestano nei volti per sfigurarle o farle perdere la vista o mirando ai genitali con il chiaro obbiettivo di renderle sterili.

Davanti a tutto ciò non è possibile continuare a guardare altrove ed è arrivato il momento in cui le nazioni che si definiscono democratiche lascino da parte paure e realpolitik e si schierino dalla parte di chi da troppi anni soffre, di chi sta pagando con il sangue la ricerca della libertà.

Michael Sfaradi, 9 dicembre 2022