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Riprovaci ancora Ilaria: il prof sbugiarda la Salis sul taser assassino

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C’è ormai qualcosa di profondamente malato in questo Paese: guai se un membro delle forze dell’ordine osa difendere gli altri o se stesso. Il manganello è il violento simbolo di uno stato di polizia, lo spray è disumano, la pistola non è neanche vagamente un’opzione. E adesso a causa di due eventi avversi durante il suo utilizzo (la morte di due persone colpite dalla scossa) il taser diventa un’arma “mortale” e da rimuovere.

La narrazione è sempre la stessa: gli agenti sono dei mostri, i delinquenti le vittime. E a predicare dall’altare dell’ipocrisia militante chi poteva esserci se non lei, Ilaria Salis, espertissima di sicurezza pubblica, la quale su Instagram chiede il divieto del taser avendo qualche minuto di tempo a disposizione tra una foto davanti un carcere per un’ispezione a sorpresa e una lezione morale a chi non comprende la sofferenza dei criminali. In uno dei suoi ultimi post si scaglia contro il taser come se fosse la nuova sedia elettrica. Lo strumento cattivo che fulmina i poveri emarginati. L’arma “spacciata per non letale ma che può rivelarsi una condanna a morte anche per chi abbia un banale, piccolo problema di salute”. Peccato che dimentichi un dettaglio: i due soggetti sfortunatamente deceduti stavano costituendo un grave pericolo per l’incolumità di cittadini e agenti. Ma questo, ormai si sa, non fa abbastanza audience.

Ma il taser è davvero così pericoloso? Risposta secca: no. Lo spiega anche il Dott. Massimo Tritto, primario cardiologo all’Humanitas di Rozzano, in un’intervista sul Corriere della Sera di ieri. Il taser, dice, è sicuro nella stragrande maggioranza dei casi e non può provocare infarto. Gli effetti gravi? Rarissimi, inconsueti. Certo: è “molto raro” ma “possibile” che il soggetto colpito abbia un’aritmia. Ma “nei test sui volontari – spiega il professore -, spesso gli stessi agenti, non si sono mai osservate queste aritmie”. Diverso se parliamo dei pochissimi soggetti malati con pacemaker oppure in individui sotto effetto di droghe e ubriachi perché “in questi casi il rischio potrebbe amplificarsi”. Quanto? “Si stimano da uno a cinque eventi ogni diecimila usi”, quindi pochissimi anche se “non esistono studi clinici affidabili”. Senza contare che prima di utilizzare la pistola ad impulsi elettrici, gli agenti sono chiamati ad informare il malintenzionato che se non la smette di dare di matto saranno costretti a fermarlo con le “cattive”.

Anche perché, altrimenti, cosa dovremmo fare? Fermarli con le buone? Con un dibattito? Con un abbraccio? Beh, secondo Salis dovremmo ricorrere – testuale – all’intervento “di figure professionali non armate”. Ma anche togliessimo il taser agli agenti, un modo per bloccare i malviventi andrà pur trovato. La pistola “vera”, quella coi proiettili, sarebbe ovviamente peggio. C’è chi propone una sorta di laccio che blocca le gambe e fa cadere il malvivente, ma anche qui: come puoi escludere che batta la testa e ci rimetta le penne? Il “corpo a corpo”, checché ne dica Salis, è troppo pericoloso per gli operatori di sicurezza (ci va lei a fermare un energumeno drogato a mani nude?). E se proponessimo manganellate a gogo state a vedere che la sinistra non sarebbe comunque d’accordo.

Siamo alla follia. Un poliziotto usa il taser, per uno scherzo del destino la vicenda assume dei contorni tragici e parte subito il processo mediatico. Si invocano commissioni, interrogazioni parlamentari, petizioni. Se invece lo stesso poliziotto viene colpito e accoltellato, il massimo che ottiene è un trafiletto sui giornali. Se alla peggio viene ucciso è “rischio professionale”, sei un membro delle forze dell’ordine, può succedere. Ragionamento non valido per i criminali. Se muoiono loro è omicidio di Stato. Perché nel mondo distorto di taluni, chi rappresenta lo Stato è sempre colpevole. Chi lo aggredisce, invece, ha vissuto un disagio sociale, ha un background difficile, va compreso, va reinserito socialmente.

Il progressismo salottiero (quello che applaude Ilaria Salis come fosse Giovanna d’Arco) ha una vera ossessione: la delegittimazione della forza pubblica. Parla di “violenza di polizia”, ma tace sulla violenza vera, quella criminale, quella che merita sempre delle attenuanti e che talvolta è legittima poiché giustizia sociale. E il taser? È solo un simbolo del potere che loro odiano, quello dello Stato, insomma il nuovo feticcio da distruggere.

La realtà è che il taser salva vite. Quelle degli agenti e, paradossalmente, anche quelle dei fermati. Perché è un’alternativa validissima all’arma da fuoco. È rapido, efficace, non letale. Ma siccome la pistola ormai è un mero contorno estetico alla cintura, visto quello che succede a chi tra le forze dell’ordine la usa, allora si demonizza lo strumento intermedio nella speranza di rimuovere anche quello. E mentre si grida allo stato di polizia elettrico, i poliziotti continuano a lavorare con addosso la gogna. Con la paura di finire su un video decontestualizzato o sbattuti in prima pagina come carnefici. È questo l’unico vero problema: la codardia morale di un Paese che ormai sistematicamente ha smesso di difendere chi lo difende.

Alessandro Bonelli, 20 agosto 2025

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