Qui al bar ci permettiamo di notare un dettaglio: qualcuno si era accorto già da tempo quale fosse il vero obiettivo dell’estremismo islamico. Non che siano mancati fondamentalisti che hanno preso di mira il cattolicesimo: è successo a padre Jacques Hamel, martirizzato nella sua chiesa in Francia da due fanatici dell’Isis, nel 2016. Ma la scia di sangue in nome di Allah indica, di solito, un percorso diverso: quello delle vie dello struscio (possiamo citare Modena, oppure dobbiamo berci la storia del malato di mente?), dei locali della movida, delle discoteche (il Bataclan), dei mercatini di Natale (Strasburgo), adesso del gay pride di Berlino. I simboli dello stile di vita “infedele” non nel senso di cristiano, ma di liberale e nichilista, ciò che più atterrisce e indigna i maomettani radicali. Alice Weidel, leader di Alternative fur Deutschalnd, è stata accusata di islamofobia proprio perché aveva intuito che la vera incompatibilità è tra islam e società postmoderna, cioè tra la religione di migranti che ci vantiamo di accogliere e la condizione storico-politica nella quale, volenti o nolenti, ci troviamo oggi. Un regime pieno di difetti ma che quelli come la Weidel vogliono conservare, mentre i progressisti continuano ad accusarli di nostalgie fasciste. E’ una dura realtà che dovrebbe indurre la sinistra a svegliarsi: non si possono sostenere al contempo la cultura radicale della decostruzione, con la teoria gender, il pansessualismo, la manipolazione del concetto di famiglia, e l’imperativo dei confini spalancati e delle regolarizzazioni di massa degli stranieri, stile Pedro Sanchez, magari per un pugno di voti in più. Quelli a cui voi date carezze rispondono mettendovi sotto con il furgoncino. O ci arrivate, oppure – per favore – non ci fate la morale se la gente, che ci è arrivata già, vota Afd. A Berlino, sabato sera, c’era Abdul Ballout. Mica Vannacci.
Il Barista, 27 luglio 2026
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