Una risposta dovuta. Dobbiamo prendere e dare atto che sul pasticciaccio brutto del bosco di Rogoredo ci eravamo sbagliati: se emerge una brutta, bruttissima storia di corruzione dentro alla polizia, finita con la morte di uno spacciatore marocchino, bisogna dirlo: il mantra “sempre e comunque dalla parte delle forze dell’ordine” non fa bene né a chi lo pronuncia, né alle forze dell’ordine, sempre tenute a vigilare sulle mele marce al loro interno. Tutto è ancora a livello di presunzione, d’accordo, ma quello che emerge, anzi che sgorga, da perizie, testimonianze e incongruenze non è incoraggiante: un colpo sparato a freddo da un poliziotto sospettato di stare nel giro della droga del boscaccio, la pistola finta piazzata dopo, altri 4 colleghi che coprono mentendo; se è così, va detto senza rifugiarsi nei mantra (da me mai scritto perché mai pensato). Rogoredo è uno dei buchi neri d’Italia e del mondo, la sua palude contagia facilmente chi deve bonificarla e noi si ingannava chi, come noi, prendendeva le parti degli agenti spediti in un posto del genere (certo per i sostenitori della sinistra cosiddetta militante, nel malaffare, è facile dubitare: loro prendono sempre, istintivamente, le parti dei malviventi che percepiscono come loro simili).
Adesso si scopre, si ipotizza almeno, che erano d’accordo, che il poliziotto Cinturrino, arrestato perché ritenuto incline a uccidere, ce l’aveva con lo spacciatore marocchino, gli estorceva soldi e cocaina: non sarebbe la prima volta, non sarà l’ultima, ma fare finta di niente non funziona: anzi rischia di svuotare la gravità di un posto del genere, dove le bande di spacciatori in forma organizzata spadroneggiano. Abderrahim Mansouri non è un martire, non era un santo ma un delinquente dentro una gang; chi doveva fermarlo non è un eroe ma uno che forse stava nel giro e forse ha ritenuto di risolvere una sporca questione personale con una esecuzione a sangue freddo.
Tutto è ancora da confermare ma tutto assume la consistenza di ombre pesanti a Rogoredo, dove davvero non si salva nessuno. Ma addolcire la pillola non giova. Ha detto con enfasi burocratica il procuratore di Milano Viola: “Esprimo vivo apprezzamento per la polizia che non ha esitato a collaborare, a fare pulizia”. La polizia non lo sapeva che al commissariato di Mecenate forse poteva esserci una cosca di agenti malavitosi?
Resta da dire una cosa, anzi due. La prima è che se il mantra “sempre e comunque con la polizia” è pericoloso, quello della sinistra, non detto ma praticato, “sempre e comunque coi delinquenti”, è ignobile. Sbagliare si può; sbagliare per partito preso, non è più un errore. Arrivare a pensare che tutto è marcio per antagonismo morale contro le istituzioni, la società più o meno organizzata, è patologico. O peggio, è ipocrita. La seconda cosa che resta da dire, è che il bosco di Rogoredo è, resta uno di quegli inferni in terra dove se ci entri non ne esci. E una storia di polizia corrotta non può bastare a esorcizzarlo, far finta di niente o concludere che la delinquenza organizzata che vi regna sia meglio di chi la combatte, conseguenza delle sperequazioni e tutta la mercanzia della retorica antagonista che si sente solidale solo con la malavita. Per cui, ciascuno si tenga i suoi sbagli (quando tali sono): l’importante è che siano in buona fede.
Max Del Papa, 24 febbraio 2026
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