La notizia la conoscete. Il 26 gennaio scorso, nel cosiddetto “boschetto” di Rogoredo, periferia sud-est di Milano, è avvenuto l’omicidio di Abderrahim Mansouri, un giovane di 28 anni di origini marocchine. Per la sua morte è stato arrestato Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato del commissariato Mecenate di Milano. L’agente è accusato di omicidio volontario e di aver inscenato una legittima difesa, posizionando una pistola finta accanto alla vittima e manipolando la scena del crimine per giustificare il suo gesto.
Trasferimenti e accuse ai colleghi
Quattro agenti, colleghi di Cinturrino e presenti durante l’operazione antidroga in cui Mansouri è stato ucciso, sono stati trasferiti ad incarichi non operativi in sedi diverse dal Commissariato Mecenate. La decisione è stata presa dal questore di Milano, Bruno Megale, in seguito all’avvio di indagini da parte della Procura. I quattro poliziotti sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, mentre si cerca di stabilire eventuali responsabilità nel coprire le azioni di Cinturrino.
La lettera di Cinturrino dal carcere
Carmelo Cinturrino, attualmente detenuto nel carcere di San Vittore, ha scritto una lettera in cui chiede perdono e ammette le sue responsabilità. “Quell’uomo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto, ma mi sono sentito disperato”, ha dichiarato l’agente nella missiva, consegnata al suo legale Piero Porciani. L’agente ha aggiunto di essere stato “sempre onesto e servitore dello Stato”, ricordando gli encomi ricevuti durante la sua carriera, e conclude: “Perdonatemi, pagherò per il mio errore”.
Quello che è interessante nella lettera è che Cinturrino ammette, come ha già fatto, di aver inscenato la “legittima difesa” ma continua a sostenere di aver sparato per “paura”. Il pusher pare avesse in mano una pietra e, è la tesi difensiva, l’agente si è sentito minacciato. La seconda cosa è che il poliziotto nega tutte le accuse collaterali che gli sono state fatte, ovvero i rapporti con gli spacciatori, il presunto giro di droga, quelle frasi dei colleghi e degli abitanti di Rogoredo che hanno finito col disegnarlo come una sorta di Thor che girava col martello. In sua difesa ricorda gli encomi ricevuti, la stima dei colleghi delle volanti e le lodi ricevute dai superiori.
La reazione della famiglia della vittima
La famiglia di Abderrahim Mansouri, tramite gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha risposto con durezza alle parole di Cinturrino. “Se ha un briciolo di coscienza, confessi tutto il male che ha commesso in questi anni, lui con i suoi compari. Gli errori si fanno a scuola, ammazzare una persona e inscenare la legittima difesa non è un errore, è qualcosa di orribile”, hanno affermato. La famiglia sostiene che, se qualcuno avesse denunciato i comportamenti discutibili di Cinturrino, Mansouri sarebbe ancora vivo.
Accuse di presunti legami con gli spacciatori
Tra le accuse mosse a Cinturrino vi sono testimonianze di legami con il mondo dello spaccio nella zona del Corvetto, a Milano. Alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un poliziotto che chiedeva denaro e cocaina ad alcuni spacciatori per favorirli nelle operazioni di controllo, proteggendo quelli italiani e colpendo i rivali nordafricani. Queste dichiarazioni aggravano la posizione dell’imputato e sollevano domande su eventuali complicità all’interno del Commissariato Mecenate.
Indagini in corso e misure disciplinari
La Procura sta continuando a indagare non solo sull’omicidio volontario di Mansouri, ma anche su eventuali irregolarità e responsabilità di altri agenti del Commissariato. Nei confronti di Cinturrino è stato avviato un procedimento disciplinare che potrebbe portare alla sua destituzione. I quattro colleghi trasferiti restano sotto inchiesta, mentre si tenta di chiarire ulteriori dettagli su quanto avvenuto durante l’operazione del 26 gennaio.
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