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Roma dalla Dad alle barricate: quante scuole hanno occupato

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Eh no, cari ragazzi, così il vostro futuro lo suicidate voi. Già il Covid ci ha messo del suo per ferirlo, azzopparlo, mutilarlo. Ma adesso a Roma troviamo una dimostrazione di morte autoindotta. Nelle ultime settimane, in città, 45 scuole occupate, tra licei e istituti professionali. Ora sono scese a 19, perché due sono state sgomberate nelle ultime ore. E poi la manifestazione del venerdì, con i soliti slogan figli di un totale straniamento rispetto alla realtà. Il desiderio di una scuola “inclusiva” che “non pensi solo al voto”. I soldi del Pnrr che non bastano, gli investimenti e bla bla bla. Sì, bla bla bla, onomatopea che esisteva prima di Greta. E che oggi appare ancor più calzante e pericolosa, visto che in ballo c’è il bene più prezioso.

Si legge “conoscenza” ma si traduce capacità di saper fare, saper dire, saper scrivere e far di conto. Roba elementare? Be’, andiamoci a rileggere i costi educativi del Covid e poi ne riparliamo. Dopo due anni di lezioni al computer, verifiche fatte alla bell’è meglio, per quanto già prima non fossero questa forca caudina del sapere, considerando le percentuali di promossi alla maturità da Paese dei Balocchi. Prendiamo i risultati degli ultimi test invalsi, solo nella parte relativa alle superiori. Due studenti su cinque in anno di maturità, quanto a livello complessivo di preparazione, hanno competenze che possono essere adatte per la prima o la seconda superiore. Per quanto riguarda la matematica, il 51% è rimasto indietro di circa tre anni rispetto a quanto ci si aspetterebbe da uno studente dell’ultimo anno.

Vedendola sul piano delle prospettive, basti citare lo studio di due economisti, Hanushek e Woesmann, che hanno calcolato quanto i lunghi mesi di Dad possono influire sul Pil da qui ai prossimi anni. Il risultato è terrificante: -1,5% da qui al 2100. Questi sono solo alcuni numeri che tracciano il contorno di un dramma. Di fronte al quale l’unica risposta possibile non è la solita, melensa, prassi delle rivendicazioni autunno-inverno, già autodistruttive in tempi di pace, figuriamoci ora, ma l’applicazione della buona vecchia norma in cui ognuno deve fare la sua parte. Caricarsi la quota di responsabilità di Paese che in quest’epoca così maledetta nella sua straordinarietà spetta, oh sì, anche a ragazzi di 16 anni. Così come hanno fatto medici, infermieri, imprenditori, forze dell’ordine. Studiare, capire, approfondire, a grandi falcate perché il tempo perso è tanto, troppo, e bisogna salvare il salvabile. E non c’è “investimento” sufficiente a correggere una strada sbagliata, conseguenza di bussole sbagliate.

Sì, perché se il criterio di responsabilità va applicato anche agli adolescenti, è pur vero che l’impostazione didattica della scuola pubblica li ha imbevuti della cultura dell’uguaglianza ideologica, dell’ “inclusività”, dell’ esorcismo del merito, della sbornia in cui tutti i diritti sono buoni tranne uno. Quello che lo studioso di filosofia (e preside) tedesco Bernhard Bueb definì, in un fortunato libello di qualche lustro fa, il “diritto alla disciplina”. Ossia il diritto a maturare il criterio attraverso il quale riconoscere quando è il caso e quando no. Quando è il momento di darci dentro e quando si può staccare. Perché a naufragare nell’Oceano della rivendicazione perenne, nella brodaglia dell’illusione che tutto sia dovuto, poi si affoga quando il mare diventa mosso con la vita vera, e arriva il conto su quel che davvero si è in grado di fare. E oggi si paga il prezzo più grande di tutto questo, assieme ad un’altra lacuna.